Trieste ora cattura anche l’Economist «Fascino e nostalgia»

Un suggestivo scatto di Trieste firmato da Andrea Lasorte

Il magazine “1843” dedica un lungo articolo alla città tra costumi, tradizioni e il suo sapore mitteleuropeo

TRIESTE Se si digita su Google “Tara Isabella Burton” e accanto “Trieste”, ecco che esce un profluvio di articoli che raccontano in tutte le salse dei temerari indipendentisti locali. Sorpresa, o forse ammaliata, da questo movimento, la giornalista, che vive a New York, ancora una volta torna nel capoluogo giuliano per raccontare la città dove si respira «la nostalgia per le glorie del proprio passato». L’articolo è uscito sul numero di aprile del magazine “1843” dell’Economist per raccontare uno dei tanti viaggi che la Burton, da circa dieci anni, compie per raggiungere la città che probabilmente - si narra - la lega a un suo avo: Francis Richard Burton, il diplomatico, scrittore e orientalista che visse per un periodo della propria vita anche a Trieste, tra villa Economo e l’hotel Obelisco a Opicina. Qualche anno fa la giornalista aveva battezzato la città sul Wall Street Journal «bella e inquietante». In questo nuovo scritto, oltre a elencare costumi e tradizioni, se ne va in giro con l’indipendentista del Tlt Giorgio Descovich (che scrive con la k) Deschi. A zonzo per le piazze, il suo resoconto incomincia, ancora in solitudine, da piazza Unità. Uno sguardo pallido intorno a sé, ai bicchieri pieni di spritz Aperol, che tanto (sembra) ci invidiano gli stranieri. In questo caso le bevitrici sono le donne, «anziane», che «vengono tutti i giorni con gli stessi cappelli e le stesse pellicce, si siedono sulle stesse sedie e mettono sulle ginocchia i loro piccoli cani ribelli».

Il servizio dedicato a Trieste su www.1843magazine.com


Ed è proprio al Caffè degli Specchi che cerca di raccontare il sapore mitteleuropeo di Trieste: in un «caffè viennese», in una piazza austro-ungarica, in Italia, tra un prosecco, del formaggio e il “pršut”. Parla poi anche del Borgo Teresiano, intitolato all’imperatrice Maria Teresa, «che qui viene venerata con un’intensità che altre città italiane riservano alla Madonna». Continua a descrivere Trieste, con le tradizioni e i tratti del suo passato. «La maggior parte delle persone in città parlano italiano, mescolato al dialetto triestino – scrive –, che è pieno di parole prese in prestito dal croato, dall’austro-tedesco e dal greco. La maggior parte dei paesini circostanti parla sloveno. Un piatto locale è il goulash. Il cocktail preferito è l’hugo, prosecco italiano aromatizzato con fiori di sambuco del Tirolo». Per poi presentare al pubblico Deschi: «Oggi gli eccentrici fanno poco per attenuare le loro idiosincrasie – ecco come lo introduce –. Un esempio lampante è rappresentato da Giorgio Descovich Deschi (...) che porta in giro le medaglie di guerra del nonno in un antico portasigarette. È un sostenitore del nascente movimento indipendentista di Trieste: attraverso la città le bandiere rosse e bianche sventolano nelle finestre di chi pensa che Trieste, così culturalmente particolare, debba essere di nuovo il suo Territorio libero». «Deschi ha grandi progetti per la città: estendere il Canal Grande, restaurare Villa Obelisco».

Cita il ristorante l’Antico Spazzacamino e altri pit stop ideali per un pranzo o una cena, passando poi per Miramare, Duino e dando un flash sui jensinari, per poi accompagnare Deschi dall’insegnante Duja Kaucic Cramer, che potrebbe aiutarlo nell’impresa che vuole organizzare per i trecento anni dalla nascita di Maria Teresa: portare 100 mila rose sulla tomba della Cripta imperiale di Vienna.
 

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