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Quarantia ostaggio degli ultimi 17 casoni FOTO

Per abbattere i manufatti rimasti in piedi dopo le prime bonifiche e ormai ridotti a ruderi servono altri soldi. Il Comune di Staranzano ha esaurito le risorse stanziate in precedenza dalla Regione

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STARANZANO. Degrado lungo la costa e diversi “casoni” ancora in piedi. La lunga storia degli abbattimenti non è ancora finita dopo oltre 40 anni di battaglie, tra ricorsi al Tar, aspre polemiche tra Regione e Comune da una parte e l’associazione Unione Casoni della Quarantia dall’altra, che poi ha dovuto soccombere, demolendo le costruzioni tra il 2016 e 2017, in gran parte sparse a Punta Barene lungo i canali della Quarantia, del Brancolo Morto e in località Marinetta.

Dal censimento completato nei giorni scorsi è emerso, infatti, che, su 148 costruzioni abusive che dovevano ottemperare all’ordinanza di demolizione, 17 sono rimaste ancora in piedi. Questi “casoni” sono stati costruiti oltre 70 anni fa dai pescatori, pertanto attualmente non è possibile procedere al loro abbattimento in quanto non si riesce a risalire ai legittimi proprietari, nella maggior parte dei casi deceduti e senza parenti.

Per sanare l’abuso l’unica soluzione attualmente possibile, sarebbe l’intervento da parte del Comune di Staranzano che si dovrebbe accollare anche l’onere della spesa. Ma non ci sono più soldi disponibili che avanzano a bilancio per portare a termine quest’operazione.



La Pianificazione territoriale delle infrastrutture della Regione aveva concesso nel 2015 un finanziamento di 140 mila euro per la demolizione e per il ripristino dei luoghi interessati dai manufatti abusivi in località Punta Barene. Somma già tutta utilizzata. L’amministrazione comunale, quindi, per completare l’opera intrapresa deve chiedere un nuovo finanziamento che possa servire sia a demolire i manufatti che al ripristino dell’area. Attualmente, poi, oltre alla demolizione delle costruzioni, occorre ripulire l’area completamente invasa da una montagna di rifiuti trasportati dal mare, specie bottiglie di plastica, parabordi e tronchi. Una zona in pieno degrado, insomma, con passerelle pericolanti. Non è stata fatta ancora una stima sull’importo, ma si ipotizza per il lavoro una spesa di altri 80, 100 mila euro.

L’Ufficio urbanistico del Comune sta preparando una relazione sulla situazione che consegnerà direttamente al sindaco Riccardo Marchesan e all’assessore competente Erika Boscarol. Il tutto corredato di fotografie e di ogni elemento utile per risalire ai legittimi proprietari, compresa la situazione al Catasto regionale. I “casoni” rimasti in piedi sono sparsi a macchia di leopardo soprattutto lungo il Brancolo Morto in località Panciere e qualcuno anche a Punta Barene.

Diversi “casoni” erano stati abbattuti direttamente dai titolari consentendo così al sistema pubblico di risparmiare le spese, per gli altri, invece, il Comune aveva appaltato i lavori a una ditta privata, la New Ambiente srl con sede in via Romana 50 a Monfalcone. All’abbattimento, infatti, si abbinava l’obbligo per l’impresa di suddividere i vari tipi di materiali da inviare in discarica: quelli speciali, le coperture in cemento amianto, i fogli catramati e bituminosi che coprivano i tetti. Il finanziamento regionale comprendeva gli importi dei lavori, le spese tecniche, l’Iva, gli oneri per la sicurezza, gli imprevisti, la direzione lavori, le spese per garantire la sicurezza delle maestranze nel cantiere.

Era stata anche eseguita la pulizia nella zona più a nord della Riserva dell’area Sic (Sito di interesse comunitario) all’interno dell’area protetta. Per completare l’opera con l’abbattimento degli ultimi 17 “casoni”, adesso, serve ancora l’aiuto della Regione.

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