Farmaci fantasma in Fvg: prescritti ma introvabili

L’interno di una farmacia (foto d’archivio)

Non più disponibili nelle farmacie, continuano ad essere indicati dai medici. Un cortocircuito di cui fanno le spese i cittadini costretti a vagare inutilmente

TRIESTE. La loro vana ricerca da una farmacia all’altra potrebbe provocare nausea o emicrania, cioè gli stessi sintomi che avrebbero dovuto alleviare. E nei casi più gravi rischia di avere conseguenze pesanti per chi soffre di epilessia e problemi cardiaci. I “medicinali fantasma” rappresentano un problema di non poco conto per la sanità regionale. Anche perché spesso, pur non essendo disponibili da tempo in farmacia, continuano ad essere prescritti da medici di base e specialisti. Un autentico cortocircuito di cui fanno le spese i cittadini.

Ricette compilate da un medico di base (foto d’archivio)


Davanti a loro, in quei casi, si aprono due possibili scenari. Il primo prevede l’esistenza di un equivalente (o generico), cioè un medicinale con lo stesso principio attivo e quindi intercambiabile, acquistabile con la medesima ricetta medica. L’altro scenario, decisamente meno gradevole, esclude invece la presenza di equivalenti. In questo caso, il paziente dovrà tornare dal suo medico, il quale dovrà prescrivere un medicinale “analogo”, ovvero appartenente alla stessa classe terapeutica ma con dosaggi diversi. «E questo può creare problemi nella continuità della cura, che dovrà essere “aggiustata” di conseguenza», spiega il vicepresidente dell’Ordine dei medici di Trieste Dino Trento. «Si tratta comunque di una porzione minima rispetto al totale delle ricette - precisa -, ma in quei casi si costringe effettivamente il paziente a vagare». Esistono poi casi di terapie particolari, come quelle a base di eparine (sostanze anticoagulanti per prevenire la formazione di trombi o simili), che, una volta iniziate non andrebbero modificate, per evitare di mettere a rischio l’intero trattamento.

Dino Trento, Ordine dei medici


Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio gli Ordini dei farmacisti di Trieste, Gorizia e Udine hanno segnalato in particolare la scarsezza di rifornimenti di alcuni medicinali: il “Plasil”, per la prevenzione della nausea e del vomito che possono manifestarsi dopo la chemioterapia; il “Clexane”, che appartiene alla famiglia delle eparine; il Sotalex, per prevenire la comparsa di alcune gravi irregolarità del battito cardiaco; l’Imigran, per il trattamento dell'attacco acuto di emicrania; il Vimpat, utilizzato per trattare una certa forma di epilessia. Tutte le farmacie della regione si riforniscono dai magazzini di Udine, quindi hanno accesso alle medesime scorte e, di conseguenza, soffrono delle stesse carenze.



A fronte di una simile situazione, le azioni che però possono intraprendere gli enti locali sono assai limitate. Come spiega il referente dell’AsuiTs per la Farmaceutica territoriale Stefano Palcic, l’Azienda sanitaria triestina ha il compito di vigilare sui grossisti-fornitori e sulle farmacie, ispezionando i loro magazzini per controllare la presenza dei farmaci e la regolare richiesta per l’ottenimento di essi. Quindi nel caso venisse rilevata una carenza, l’AsuiTs dovrebbe informarne con apposite circolari i medici, chiamati a quel punto ad optare per delle alternative. Qualora poi di alternative non ne esistessero, l’Azienda sanitaria dovrà mettere a disposizione le proprie eventuali scorte di magazzino, per tamponare così le situazioni d’emergenza. Altra procedura attuabile, l’ultima spiaggia, è quella di richiedere l’importazione del medicinale assente dall’estero. «Però - rileva il vicepresidente dell’Ordine dei medici - l’Azienda sanitaria ci mette del tempo prima di poter rilevare la carenza effettiva di un farmaco e quindi inviare la relativa circolare». Di qui l’innesco del cortocircuito, che costringe i pazienti a vagare da una farmacia all’altra con una ricetta che poi scopriranno doversi far sostituire.


Le vere cause dell’impasse però, spiega Paolo Schincariol, referente Ssuits per la Farmaceutica, vanno ricercate a livello nazionale ed europeo. L’Agenzia italiana del farmaco pubblica costantemente sul suo portale istituzionale l’elenco dei farmaci temporaneamente carenti, non reperibili quindi sull’intero territorio nazionale. «Però non sempre l’Aifa aggiorna le liste in tempo reale», rileva Marcello Milani, presidente dell’Ordine dei farmacisti di Trieste. Così, come nel caso del Vimpat, il farmaco non si riesce a reperire nelle farmacie, ma allo stesso tempo non risulta “carente”.

Allo stato attuale, l’elenco dell’Aifa conta ben 84 pagine, con un totale di circa 1500 medicinali. «La carenza di un medicinale - spiega Schincariol - può dipendere da molteplici fattori: una programmazione errata dell’azienda produttrice che non riesce quindi a rifornire il mercato, problemi al sito produttivo oppure la difficoltà nel reperimento di una materia prima». È il caso ad esempio del Plasil, assente dagli scaffali da novembre fino a pochi giorni fa a causa di un problema produttivo dell’azienda farmaceutica Sanofi. «Il motivo - scrive la multinazionale in un comunicato - risiede in un problema tecnico di produzione che si è verificato a fine 2017. Questo non comporta alcun problema sul prodotto. La produzione comunque è ripresa e Sanofi si sta adoperando per ripristinare la normale situazione in tutte le farmacie».



Cosa si può fare quindi nel piccolo della propria farmacia per rimediare a delle dinamiche così ampie? «Come farmacisti - risponde Schincariol dell’AuisTs- possiamo anticipare la carenza dei medicinali ed essere pronti ad andare all'estero per reperirli».

Esistono poi anche dei meccanismi “perversi” nel mercato farmaceutico. Le carenze legate a problemi produttivi sono spesso correlate alla non-redditività di farmaci datati o di basso costo, che spesso vengono sostituiti da altri più costosi ma con i medesimi principi attivi.

Capita inoltre che le indisponibilità siano generate da distorsioni ancora più critiche, riconducibili al fenomeno del cosiddetto “parallel trade” (cioè, “mercato parallelo”): i medicinali sono dirottati nei Paesi in cui risultano più remunerativi per l’azienda farmaceutica, provocando una carenza in altri luoghi.


 

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