Il gemello di Fasana è vivo e vegeto

Il pino gemello di Fasana

Merito dei pali di legno usati per puntellare il fusto curvo e sostenerne il peso

TRIESTE Eppure, guardandosi un po’ intorno, forse una soluzione si potrebbe trovare per evitare a “Pino lo storto” di fare una brutta fine. È la tesi sostenuta dalla sociologa Melita Richter, che stila un lungo elenco di alberi secolari salvaguardati dall’uomo in virtù della storia di cui sono testimoni viventi, seppur ormai acciaccati. Fra questi, Melita Richter annovera in primis il pino incurvato di Fasana, piccolo comune dell’Istria meridionale affacciato sul mare. «È il gemello del pino di Barcola - esordisce - solo che, a differenza del primo, in Istria se la passa decisamente meglio». In effetti il pino incurvato è stato salvaguardato con un intervento semplice, costituito da una serie di sostegni di legno che ne sorreggono il peso.

I motivi di questa scelta sono presto spiegati dalla sociologa. «Il pino di Fasana se la passa bene perché vive in un ambiente umano sensibile, responsabile. E coerente a ciò che insegniamo alle giovani generazioni: che le piante e gli alberi sono esseri viventi e con noi condividono la vita sul pianeta. Siamo responsabili per loro e per le loro vite. Sono i nostri conviventi - continua - Se uno di noi fosse malato, a rischio di cadere, di rovesciare la tazzina perché le mani non reggono più, o si scordasse di chiudere il gas del fornello, lo abbatteremmo? Oppure lo curiamo e accompagniamo il suo declino con attenzione. Ebbene, per gli alberi ci vuole lo stesso: cura, cultura, e meno tecnicismo».

E giù con la lista degli alberi salvati benché vecchi. «Se fossero stati abbattuti - riprende la sociologa - non ci sarebbe più la quercia sotto cui Torquato Tasso sostava a leggere durante i soggiorni romani, non ci sarebbe un secolare eucalipto in fondo al Corno d’Oro, l’albero sacro dei nomadi delle steppe della Turchia, o il cipresso di Pocitlej che sfidò le granate nel cuore della Bosnia, non sarebbe vivo a Brioni uno degli ulivi più antichi del Mediterraneo che supera i 1600 anni, spaccato in due dalle intemperie ma salvo, sorretto, che fruttifica ancora; non ci sarebbe il nespolo di secolari memorie a Kosovo polje, squarciato, medicato, orgoglioso ancora. Neppure potremmo ammirare la secolare acacia nella centralissima Szécheny tér ai bordi del Danubio, l’albero più antico di Budapest, indebolito dalla vetustà, ma protetto testimone dei tempi di infuocati discorsi del grande István Széchenyi, politico e scrittore».

 

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