Trieste, l'offensiva padana contro i mendicanti

I manifesti apparsi in città

Città tappezzata di manifesti per combattere il fenomeno dell’elemosina. Il vicesindaco: «Basta racket». Curia critica: «Assurdo prendersela con i poveri»

TRIESTE. Un invito natalizio a non fare l’elemosina. È quello che la giunta triestina rivolge ai suoi cittadini attraverso oltre duecento manifesti appesi sui muri di tutta la città. La ragione dell’appello è «spezzare la catena» delle «attività illecite», come recita l’avviso. Un’iniziativa che suscita reazioni contrastanti nel mondo cattolico, e che viene bollata come demagogica dai partiti di opposizioni.

Il vicesindaco leghista Pierpaolo Roberti, propugnatore della campagna e ideatore del nuovo regolamento di polizia urbana, che sanziona queste attività, rivendica: «Invitiamo ad aiutare attraverso le associazioni sicure e non per strada. È una campagna comunicativa di grande impatto, e siamo soltanto alla prima parte». Prosegue Roberti: «Le sanzioni servono, il regolamento serve, ma togliere il flusso di denaro al racket è il primo obiettivo. Ecco perché abbiamo avviato l’iniziativa. Non escludo che in futuro si estenda anche ad altri mezzi comunicativi».

Il vicesindaco Pierpaolo Roberti (Lega Nord)


Nelle strade della città compaiono sei manifesti grandi, sei metri per tre, e duecento più piccoli, un metro per 70 centimetri. Dice il testo: «Fare l’elemosina per strada e dare i soldi ai parcheggiatori abusivi arricchisce solo le attività illecite. Spezza la catena, aiuta le associazioni che conoscono e aiutano i veri poveri».

Quanto alle sanzioni comminate dall’approvazione del regolamento, sono state 288 per accattonaggio e 110 contro i posteggiatori. «Ovviamente con relativi sequestri di merce e ricavato», sottolinea Roberti.

Il vicesindaco sottolinea che la campagna è «sostanzialmente a costo zero per il Comune»: «Tutte le grafiche sono state realizzate da dipendenti interni, l’affissione è gratuita, quindi abbiamo pagato solo le stampe. Una spesa complessiva di circa 400 euro, un importo veramente poco significativo per le casse del Comune».

Don Ettore Malnati, punto di riferimento della Diocesi triestina, la vede diversamente: «Bisogna fare attenzione a non incappare in qualche emissario di chi gestisce l’elemosina in modo mafioso - dichiara -, ma il poveretto c’è sempre stato. E il Vangelo dice che ci saranno sempre. Non è una cosa su cui far poesia, non parliamo necessariamente di santi. Ma fare una campagna contro l’accattonaggio non violento...». Per Malnati «è giusto volere che finiscano le organizzazioni criminose. Ma non tutti quelli che chiedono l’elemosina rispondono a queste logiche. Non si può pretendere di creare la società del mulino bianco». Conclude il sacerdote: «Chi ha responsabilità istituzionali deve vigilare sulla possibilità del racket. Ma cerchiamo di agire con il cuore, anche nel fare le norme».

Don Alessandro Amodeo, direttore della Caritas diocesana, dice: «L’intento di fondo, colpire le organizzazioni, io lo vedo positivamente. Che esista un racket dietro ai venditori abusivi è innegabile. C’è però un fatto di modalità. Bisogna sensibilizzare la popolazione ma anche ricordare che chi viene sfruttato dal racket è una vittima del fenomeno». Per Amodeo chi è sfruttato da queste organizzazioni «è a sua volta una persona da aiutare. Bisogna trovare un modo, un percorso, per permettere loro di uscire dalla spirale della criminalità. Poi se il cittadino vede una persona in stato di bisogno, può offrire una cena o una spesa, o mandarla alla Caritas, dove sarà accolta».

L’ex sindaco e consigliere del Partito democratico Roberto Cosolini stigmatizza l’iniziativa: «In città il traffico è qualcosa da far impazzire, e nel frattempo la polizia locale è costretta a inseguire venditori di ombrelli e braccialetti per la campagna elettorale del vicesindaco».

Così il capogruppo del Movimento 5 Stelle Paolo Menis: «È giusto che la polizia locale e la polizia di Stato intervengano per reprimere il business delle elemosine, ma fare manifesti di questo genere mi pare uno spreco di denaro pubblico», dice. «Anche perché è difficile che il comune cittadino distingua chi chiede l’elemosina speculando da chi lo fa per bisogno vero».
 

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