Gradisca, "L'ho uccisa a coltellate"

Uccide la moglie e telefona a un amico carabiniere dicendogli che ha fatto una sciocchezza. La tragedia nella  mattina di mercoledì 8 novembre in un appartamento del centro isontino

Donna uccisa a coltellate dal marito a Gradisca

GRADISCA D’ISONZO. Uccide la moglie e telefona a un amico carabiniere dicendogli che ha fatto una sciocchezza. Tragedia ieri mattina a Gradisca d’Isonzo, in un appartamento del centro isontino.

La vittima si chiamava Migena Kellezi. Aveva trent’anni e lavorava in un negozio di telefonia al centro commerciale di Villesse. Era nata in Albania, ma aveva ormai ottenuto la cittadinanza italiana. A ucciderla a coltellate è stato il marito trentasettenne Dritan Sulollari, come lei originario dell’Albania e con passaporto italiano. È accusato di uxoricidio.

Una foto felice di Dritan Sulollari con Migena Kellezi

La coppia viveva in via della Campagnola 21 da due anni e si stava separando, ma fino a ieri tra i due non erano emersi particolari segni di tensione, almeno non a livello pubblico. L’assassinio si è consumato nella prima mattinata all’interno dell’appartamento al piano terra di uno stabile di una delle vie centrali della Fortezza. Non è ancora chiaro come siano andate le cose. Gli inquirenti, per il momento, si limitano ai fatti e sul movente lasciano ancora aperte tutte le ipotesi, compresa quella di un raptus dettato da motivi di gelosia da parte di lui, senza escludere - dicono le stesse fonti - perfino quella della legittima difesa dal momento che Sulollari presenta sulle mani delle profonde ferite: ferite che - sempre per via ipotetica - potrebbero essere compatibili con il tentativo di difendersi da un’aggressione della moglie. Così come è certamente possibile che sia stata lei a ferire lui in un estremo tentativo di difesa.

L’esterno della casa e i reperti (foto Bumbaca)


I fatti, dunque. La donna è stata trovata in un lago di sangue nel letto della camera matrimoniale. Dai primi esami risulta che la causa della morte sia stata una coltellata alla gola inferta con un comune coltello da cucina seghettato. «Solo l’autopsia potrà dare risultati più precisi», fa sapere il Procuratore capo della Repubblica di Gorizia, Massimo Lia.

Tornando ai fatti, dopo avere ucciso la moglie, intorno alle 7.30 Sulollari ha chiamato un amico carabiniere per raccontare quanto era accaduto. «Ho fatto una sciocchezza», avrebbe detto al telefono. A quel punto è scattata la procedura d’emergenza. Ma per la donna non c’era ormai più nulla da fare. La coppia aveva un figlio di 8 anni che al momento del delitto si trovava in casa con loro. Non è però chiaro se abbia visto o sentito qualcosa.


In attesa di potergli trovare una sistemazione da parenti dei genitori, ieri il bambino ha trascorso la giornata con la famiglia dell’amico carabiniere del padre. Sulollari non ha opposto resistenza all’arresto. Dopo essere stato portato in stato di fermo al comando della Compagnia carabinieri di Gradisca d’Isonzo, verso le 12.30 è stato accompagnato all’ospedale di Gorizia dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico alle mani. Le ferite riportate hanno infatti coinvolto i legamenti.

Ieri in serata, a sorpresa, l’uomo si è dichiarato disponibile a essere interrogato. Trasferito in carcere ancora in stato di choc e provato dall’intervento chirurgico ha reso dichiarazione al sostituto procuratore della Procura di Gorizia Laura Collini. La quale gli ha notificato il fermo con l’accusa di uxoricidio, una fattispecie dell’omicidio che prevede la pena massima compresa tra i 24 e i 30 anni.



Per l’avvocato Paolo Bevilacqua, che assiste Sulollari, è fuorviante e infondato parlare di femminicidio quanto, invece, l’omicidio della moglie è da ascrivere «a una tragedia della depressione». Sulollari infatti, sempre secondo il suo legale, era «da tempo vittima di una profonda depressione. Era disperato. Da quando, alcuni mesi fa, a causa di alcuni problemi era stato licenziato dalla pizzeria goriziana in cui lavorava ed era rimasto disoccupato».

All’orizzonte della coppia c’era la separazione. Il cameriere albanese aveva chiesto assistenza proprio a Bevilacqua. «Procedere alla separazione è sempre un dispiacere – contestualizza il legale – ma Dritan si era rassegnato. Nei nostri colloqui non ha mai manifestato alcun segnale che potesse essere ricondotto alla volontà di provocare male alla consorte.

Non c’è alcun episodio di violenza o di stalking nell’ambito della coppia. Anzi, posso smentire assolutamente le ipotesi del tradimento o della gelosia quali movente di quanto accaduto. È stato un attimo di follia scaturita da una situazione psichiatrica tutta da chiarire. Il fatto che il mio assistito abbia in qualche modo protetto il figlio, che si sia sostanzialmente costituito e che abbia inteso farsi interrogare dalla pm dimostra la sua volontà di collaborare alle indagini e di non tacere nulla per l’accertamento dei fatti».

Anche Bevilacqua, come il procuratore Lia, rimanda all’esito dell’autopsia l’approfondimento della dinamica dei fatti.

 

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