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Il pm Frezza vince la causa contro il Csm e resta a Trieste

La Cassazione accoglie il ricorso del pm contro il trasferimento disposto dal Csm dopo le sue critiche ai vertici della Procura

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TRIESTE Il pm Federico Frezza probabilmente non traslocherà in altra sede. La vicenda giudiziaria “di palazzo” che lo riguarda, salvo colpi di scena, sembra in effetti andare in questa direzione: Frezza, difeso in questo caso dall’avvocato Giovanni Borgna, ha appena vinto il ricorso avanzato davanti alle Sezioni unite della Cassazione. La sentenza del 10 ottobre, pubblicata il 23, ha giudicato di fatto legittime le critiche che il pubblico ministero aveva rivolto ai vertici della Procura nel corso di una telefonata intercettata. La scorsa primavera, in prima battuta, la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura aveva invece condannato il pm triestino alla censura e al trasferimento d’ufficio alla Procura di Treviso. Di qui la controffensiva in Cassazione.



Tutto nasce circa tre anni fa nell’ambito di un’inchiesta penale avviata dalla Procura di Trieste su una presunta “fuga di notizie” all’interno del palazzo di giustizia che aveva coinvolto anche il giornalista del Piccolo Corrado Barbacini. Ma a Frezza era stato contestato anche di aver usato, durante una conversazione intercettata, espressioni che mettevano in dubbio alcuni aspetti dell’organizzazione degli uffici giudiziari da parte del procuratore capo e del procuratore generale presso la Corte d’Appello. In merito alla rivelazione dei segreti di ufficio, il pm era stato sentito in sede penale dalla Procura di Bologna (per ragioni di competenza territoriale sugli uffici giudiziari triestini, l'avviso nei confronti di Frezza era stato firmato dalla collega Rossella Poggioli della stessa Procura di Bologna), che poi aveva archiviato il fascicolo. Al centro della vicenda le informazioni fornite da Frezza su diversi casi di cronaca, come un accoltellamento in via Alpi Giulie. Da subito il magistrato aveva dichiarato che si trattava di notizie «non coperte da segreto, in quanto già note agli indagati».



Frezza, tuttavia, era stato anche deferito alla Sezione disciplinare del Csm: un capitolo, questo, più intricato: lo scorso maggio l’organismo aveva assolto il magistrato dalle accuse relative alla fuga di notizie, ma lo condannava - censurandolo - su due episodi specifici. Il primo: una lamentela sulla capacità operativa di un investigatore della Dia, mossa con toni piuttosto forti, ma subito chiarita con le dovute scuse. Erano state poi ritenute eccessive pure le critiche del pm nei confronti dei capi dell’ufficio (Procura della Repubblica e Procura generale) nel corso della telefonata intercettata nell’ambito del procedimento penale da cui era partita l’intera vicenda; la conversazione era intercorsa fra il giornalista Barbacini e lo stesso Frezza.

 

Era quest’ultima, evidentemente, l’accusa principale, che aveva comportato la censura e la richiesta di trasferimento d’ufficio del pm. Il magistrato ha subito impugnato la decisione rivolgendosi alle Sezioni unite della Cassazione, uscendone appunto vittorioso: la Suprema Corte ha ritenuto le sue parole “legittime” nell’ambito di una comunicazione privata.

Cancellata questa colpa, resta ora da definire l’offesa all’investigatore della Dia. Sarà il Csm a decidere, anche se a questo punto pare difficile che venga riproposta la sanzione del trasferimento. La sentenza della Cassazione viene comunque ritenuta importante negli ambienti giudiziari perché conferma il diritto di critica e di parola di un magistrato nei confronti dell’organizzazione degli uffici, tanto più nell’ambito di un dialogo privato.

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