Trieste, da supermanager a volontario. Il “piano b” di Delli Quadri

Nicola Delli Quadri nell’aula del Consiglio comunale durante un’audizione

Il direttore dell’AsuiTs, a un passo dalla pensione, continuerà a occuparsi di salute «L’integrazione ospedale-territorio è una conquista. Indietro ormai non si torna»

Sta iniziando a fare gli scatoloni, Nicola Delli Quadri. Sul tavolo ha sistemato quadri, libri e raccoglitori. Le pareti sono già state liberate da un po’ delle foto che lo ritraggono con la famiglia, gli amici e i colleghi. «Non scriva un necrologio però…», sbuffa, camuffando con un’occhiataccia torva lo sguardo paterno con cui, senza accorgersene, tratta gli assistenti in ufficio o chiunque abbia di fronte. Il direttore generale dell’AsuiTs a novembre compie settant’anni. Va in pensione il primo ottobre, dopo una carriera da medico iniziata in un paese di montagna, in Molise, dove c’erano solo il dottore, il prete e il carabiniere. Da dirigente, negli ultimi anni, ha traghettato la sanità triestina nel nuovo contenitore dell’azienda unica ospedale-territorio. È lui il dirigente che, a Trieste, ha dato “gambe” alla riforma Serracchiani. Un punto di non ritorno, ne è certo, anche se chi vincerà le elezioni regionali potrebbe spazzare via tutto. «Nelle pratiche, nelle relazioni e nell’organizzazione - spiega Delli Quadri, che sulla scrivania ha un disco dei Pink Floyd, “The Dark Side of the Moon” - il sistema è avviato e consolidato».

Con gli assessori Angela Brandi e Maria Sandra Telesca all’inaugurazione del nido aziendale di Cattinara


Direttore, cosa farà il primo ottobre quando andrà in pensione?

Vorrei continuare a dare un contributo alla sanità, in cui sono vissuto per quarant’anni della mia vita. Sarà un impegno da volontario.

Qual è il ricordo più bello che conserva?

Il senso di comunità che si è creato quando era a Pordenone. Erano gli anni in cui lavoravo in Chirurgia e in Pronto soccorso. Le amicizie che resistono nel tempo sono quelle che si fanno quando ti trovi a stare insieme nell’emergenza. Basta uno sguardo per capirsi. Persone con cui condividi risultati e sconfitte.

Quella più brutta?

Il primo morto a Vastogirardi, il paese dell’Appennino dove ho iniziato a fare il medico. Arrivo, cerco di aiutare un sessantenne che aveva già avuto due o tre infarti, ma muore. Ricordo poi una notte in Pronto soccorso quando ho dovuto comunicare ai genitori la morte del figlio coinvolto in un incidente.

Com’è la sua vita quando non lavora?

Sono padre di una figlia e un felice nonno di due piccoli nipoti.

Quindi da novembre farà il nonno?

Mia figlia mi ha già precettato. Mi vorrebbe a tempo pieno, ma io resisterò e chiederò il part-time.

Un anno fa lei ci ha parlato della sua malattia, di quando aveva scoperto e poi curato un tumore grazie alle visite di prevenzione.

Fine 2008, sono direttore a Pordenone. Mi arriva a casa una lettera firmata da me, di quelle che si inviano periodicamente ai cittadini, nella quale mi autoinvitavo a fare lo screening per il cancro del colon retto. L’ho fatto dopo tre mesi e mi sono trovato la malattia: un tumore del colon destro con una metastasi epatica. Mi hanno operato i colleghi nel mio reparto. Poi ho fatto sei mesi di chemioterapia lavorando: questo mi ha salvato, perché mi ha dato un senso. È la mancanza di un senso e una prospettiva che ti uccide.

Come si fa il direttore di un’azienda da 4.500 dipendenti?

Ascoltando. E ricordandosi che i dipendenti e i pazienti sono persone. Avendo vissuto decenni in clinica, mi è venuto naturale farlo.

Serracchiani nel 2013 le ha assegnato l’incarico di unire due aziende, cioè attuare la riforma sanitaria a Trieste; ha portato a compimento il percorso?

È stato meno difficile di quanto temessi: il terreno era pronto, perché Trieste ha una sanità territoriale forte che non ha paragoni in regione. Abbiamo di buono il fatto che il distretto è l’avamposto per la salute dei cittadini. Raccoglie tutto: anziani, disabilità, vaccinazioni, consultori, burocrazia. A Trieste l’esperienza maturata con la psichiatria, nella cultura del rispetto dei diritti del malato, nel corso degli anni si è trasferita sull’intero sistema sanitario.

Ma chi vincerà le elezioni potrebbe cancellare la riforma, non crede?

L’integrazione ospedale-territorio e la sanità d’iniziativa in cui se tu, medico, che vai a chiamare i pazienti cronici, produce risultati migliori: si riduce la mortalità. E a costi inferiori. La sfida è la gestione delle cronicità, che può far crollare il sistema. Non ci sarà legge o delibera di giunta, firmata da chiunque sia, che possa dividere i gruppi professionali che si sono creati in questi mesi con l’integrazione ospedale-territorio. Hanno iniziato a parlare, lavorare e progettare assieme.

Dalla riforma non si torna indietro?

Dal punto di vista sostanziale no. Risponde a esigenze oggettive. È oltre la politica. Comunque tutte le scelte di natura organizzativa hanno avuto il consenso dei professionisti. A remare contro sono solo voci isolate, che hanno altri interessi.

Ma i Cap, previsti dalla riforma, non sono partiti del tutto: perché?

Il Cap di Roiano non è partito perché i medici non hanno aderito.

Ma perché ha realizzato gli ambulatori prima di essere sicuro di metterci i medici?

Ho dato fiducia ai colleghi che mi avevano dato disponibilità. Ma l’adesione è volontaria e i colleghi avrebbero dovuto togliersi dagli ambulatori, entrare in una turnistica e garantire l’apertura. Si sono ritirati. L’assessore Telesca in effetti mi aveva messo in guardia.

Ha tagliato posti letto in questi anni?

No. Ed è un falso problema.

Il Pronto soccorso?

È un nodo irrisolto: arriva tanta gente e le condizioni logistiche non sono buone. Con il nuovo primario ora la situazione sta già cambiando: i fuori reparto dimezzati e il clima è migliore.

La sanità è intrisa di politica?

Come ogni settore della società, è permeata dalla politica nobile legata a valori e progetti. E a quella meno nobile, fatta di interessi di parte e personali.
 

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