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Il governo riferirà su Giulio Regeni alle Camere

Audizione davanti alle commissioni Esteri il 4 settembre sul ritorno dell’ambasciatore in Egitto e sulle rivelazioni del Nyt

di Giovanni Tomasin
2 minuti di lettura
(ansa)

TRIESTE. Il 4 settembre il governo italiano riferirà alle commissioni Esteri di Camera e Senato sugli ultimi sviluppi del caso Regeni. Tra questi la decisione, annunciata a ridosso di Ferragosto, di rimandare l’ambasciatore al Cairo, ma anche le rivelazioni dell’inchiesta del New York Times. Un’inchiesta che si è riverberata in Italia, con nuove rivelazioni da parte della fonte Usa del Nyt e della Ong egiziana che assiste i legali della famiglia di Giulio Regeni.

 

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L’arrivo del governo in commissione è stato annunciato ieri dai due presidenti Fabrizio Cicchitto e Pier Ferdinando Casini. Ma il 4 settembre è troppo lontano, secondo la presidente della Camera, Laura Boldrini, che chiede a Cicchitto di anticipare l’informativa.

 

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«Non solo la sua famiglia ma un Paese intero ha il diritto di sapere - sostiene - che la ricerca della verità sull’uccisione di un giovane cittadino italiano rimarrà imperativo fondamentale per le nostre istituzioni e non sarà piegata a nessun’altra ragione». Anche i Cinque Stelle ritengono la data del 4 settembre «troppo lontana». Per Pippo Civati di Possibile invece le ragioni del ritorno dell’ambasciatore sono da ricercarsi non nell’indagine ma «Libia, Eni, tutt’altro. Che Gentiloni lo ammetta, che Alfano eviti di prendere in giro la famiglia Regeni e l’intero Paese».

Risponde Ap, il partito del ministro degli Esteri: «Chi fa polemica sul caso Regeni solo per criticare il governo, come Civati, dovrebbe solo vergognarsi».

 

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Nel frattempo La Repubblica ha contattato la fonte Usa citata dal Nyt nel suo articolo. «Chiedemmo di passare agli italiani quante più informazioni possibili», dice l’alto funzionario dell’amministrazione Obama che resta anonimo. «La scelta di non trasmettere tutto quello che avevamo fu fatta per proteggere le fonti che ci avevano aiutato», spiega. «Per questo non so dire se fu rivelata l’identità dell’unità specifica responsabile della morte di Giulio. Molto probabilmente quello che arrivò non era materiale che si poteva usare in un processo, perché non era stato raccolto seguendo canali tradizionali. Ma non ho dubbio alcuno che dai documenti che trasmettemmo all’Italia si potesse capire quello di cui eravamo fortemente convinti: che i servizi di sicurezza egiziani fossero responsabili del rapimento e dell’omicidio di Giulio Regeni. E che quello che era accaduto fosse noto ai livelli più alti dello Stato egiziano».

 

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«Non aprimmo nessuna inchiesta specifica, ma raccogliemmo tutto il materiale che potevamo. Concludemmo, con forza, che la responsabilità era dei servizi di sicurezza egiziani. Chiedemmo che la condivisione delle informazioni con gli italiani fosse una priorità per i nostri servizi segreti. So per certo che le informazioni furono trasmesse via servizi segreti, e non per canali diplomatici: e che lo scambio avvenne in diverse occasioni, non in una sola volta».

Il Corriere ha parlato invece con Ahmed Abdallah, presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, Ong che offre consulenza ai legali dei Regeni: «Non c’è nessuna “cooperazione tra gli inquirenti”, il procuratore generale Nabil Ahmed Sadek, che dovrebbe garantire la giustizia in Egitto, ha rifiutato finora di consegnarci il fascicolo sull’uccisione di Giulio, e ha bloccato ogni tentativo legale di ottenerlo.

 

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La famiglia non ha avuto nessuno degli atti. Non sappiamo nemmeno se quelli inviati agli inquirenti italiani siano un riassunto dell’inchiesta oppure gli originali. Penso che dovremmo vedere i documenti. Comunque, sulla base di quello che abbiamo visto sinora, mi aspetto che il fascicolo sia pieno di bugie». Sadek fa i nomi di tre dirigenti dei servizi legati alla morte di Giulio Regeni.

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