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Il flop della Camera unica scuote le truppe “dem”

L’alt di Roma a uno dei cavalli di battaglia di Bolzonello alimenta veleni e sospetti C’è chi parla di dimissioni sfiorate. Rosato: «Scelta tecnica. Nessun dato politico»

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TRIESTE. Veleni e sospetti nel Pd dopo il collasso della Camera unica di commercio del Friuli Venezia Giulia. Il testo letto dal ministero dello Sviluppo economico in conferenza Stato-Regioni lascia poco scampo alle dietrologie: la decisione di cassare - momentaneamente - la Camera unica ha carattere giuridico ancor prima che tecnico.

Eppure la svolta di giovedì scorso si ripercuote sul partito di governo perché il vicepresidente Sergio Bolzonello ha subito un duro colpo nella sua Pordenone. E le voci e le “malignità”, in casa dem, si sprecano: c’è chi vuole il vicepresidente in una sorta di «infuriato ritiro»; chi sostiene che Debora Serracchiani «si sarebbe defilata all’ultimo lasciando il vice con il cerino in mano» e chi, all’opposto, assicura che condivide con il candidato numero uno per il 2018 la batosta.

Ma andiamo con ordine. Nell’incontro di giovedì il ministero non ha chiuso del tutto la partita della Camera unica sottolineando che potrà essere conclusa nella prossima consigliatura. La scelta di conservare lo schema delle due Camere, Friuli e Venezia Giulia, deriva da un passaggio del decreto legislativo 219 del 2016, quello che incaricava Unioncamere di designare le fusioni: la lettera f del primo comma dell’articolo 3 dice le Camere già accorpate (come la Venezia Giulia) sarebbero potute essere accorpate ulteriormente soltanto nel caso in cui il conteggio complessivo avesse superato il tetto di 60 enti in tutta Italia. Il risultato finale però si è fermato a 59, portando il ministero ad archiviare l’accordo concordato con la Regione nella mattinata.

A queste condizioni forzare ulteriormente la Camera unica avrebbe richiesto uno sforzo ben più pesante da parte della Regione. Sforzo che non c’è stato, alla fine, ripetono in molti nel Pd: la partita a Roma è stata giocata dall’assessore delegato alla Conferenza, Gianni Torrenti, le cui competenze sono estranee al tema. Serracchiani, dopo aver preso una posizione molto forte nei mesi scorsi con la lettera al ministro, si è tenuta in disparte: «Forse perché conscia della difficoltà giuridica della partita o forse per altri motivi» sibila un big del partito.

Altri dem vedono nel capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato il regista occulto dell’operazione. Lui smentisce: «Il ministero ha usato i criteri omogenei per tutto il territorio così come Unioncamere li aveva definiti. Non mi pare ci sia stato un grande scontro, era una cosa tecnica più che politica». E l’accordo saltato di cui parla Torrenti? «Forse Torrenti pensava di avere un accordo», chiosa Rosato.

Il senatore triestino del Pd Francesco Russo commenta: «Forse anche da qui sono arrivati messaggi contrastanti. Io da subito ho detto che la Camera unica, pur auspicabile, sarebbe stato meglio ottenerla in tre o quattro anni con l’accordo dei territori e delle categorie, senza imposizioni dall’alto».

Bolzonello resta uno dei più credibili potenziali candidati del centrosinistra alle prossime regionali, e la Camera unica sarebbe stato un asso nella manica per lui. Cosa ne pensa? Impossibile dirlo: i suoi cellulari sono spenti. Tra gli addetti ai lavori, però, si dice che la conclusione della vicenda non gli sia andata affatto a genio e che abbia accarezzato addirittura l’idea delle dimissioni.

Chi non le manda a dire è Gianfranco Moretton, l’ex consigliere regionale del Pd che verso Serracchiani e Bolzonello ha di rado (o forse mai) parole di lode. «“Infinocchiati” da Roma», li definisce. Moretton scrive su Fb: «Serracchiani e Bolzonello che hanno sempre sponsorizzato la Camera unica regionale. A prescindere da come la si possa pensare, sono coloro che escono sconfitti dalla scelta fatta in ambito romano». E ancora: «Sono numerosi i comunicati stampa e le dichiarazioni fatte dalla coppia che governa la Regione Fvg rispetto l’ipotesi di fare una Camera unica regionale».

Oggi, aggiunge, «si trovano in una situazione completamente diversa che va a vantaggio dei triestini da un lato e degli udinesi dall’altro con ripercussioni negative per il sistema economico pordenonese che, evidentemente, non è stato tutelato fino in fondo come doveva essere fatto in modo particolare dal vicepresidente pordenonese, Bolzonello».

Il capogruppo Pd in Consiglio regionale Diego Moretti lancia invece strali contro i sindaci di Gorizia e Monfalcone, Rodolfo Ziberna e Anna Cisint, “rei” di vedere nella Camera unica una trama contro la Venezia Giulia: «Cadute di stile, alle quali siano ormai abituati, ma sulle quali diciamo basta: a Cisint e Ziberna ricordo che la loro campagna elettorale è finita e che forse farebbero meglio a governare le loro comunità senza addossare agli altri le colpe di tutto».

Fattori di tensione all’interno di un partito e di un centrosinistra in attesa di sapere quali sono le reali opzioni sul tavolo per le elezioni regionali del 2018.

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