Trieste via dalla rete antiomofobia

La delegazione triestina di Jota Assassina al Gay Pride di Udine

Il Comune lascia l’associazione contro le discriminazioni. «Non era in linea con il programma»

A rigor di logica, abbandonare una rete anti-discriminazione implica il non opporsi alla discriminazione. Ma per la giunta comunale di Trieste, che nei giorni scorsi ha approvato una delibera con cui sancisce l’uscita dalla “Rete Re.A.Dy contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere”, le cose non stanno così: «Oggettivamente l’amministrazione deve prodigarsi per l’uguaglianza di tutti e non per una categoria in particolare - dice l’assessore Tonel che la delibera l’ha proposta -. Noi siamo contrari a qualsiasi tipo di discriminazione, mentre questa era una cosa specifica».

La prima unione civile celebrata nella Sala matrimoni di Trieste


L’esponente della Lega Nord spiega così il movente della giunta: «L’adesione a quella rete non era coerente con le linee di governo approvate un anno fa alle elezioni - dice -. Far parte di Re.A.Dy non aveva costi ma di fatto noi la consideravamo un’esperienza conclusa, con la delibera ci siamo limitati a renderlo ufficiale, perché ci sembrava corretto farlo».

Ma che cos’è Re.A.Dy? È una rete nata da una tavola rotonda svoltasi durante il Torino Pride del 2006. In quell’occasione diversi rappresentanti di enti pubblici locali si riunirono per discutere di omofobia. Ne uscì una Carta d’intenti che oggi è alla base dell’operato della rete, cui aderiscono ormai 118 partner pubblici: nove Regioni, una Provincia Autonoma, tre Città Metropolitane, otto Province, 87 Comuni, sei Organismi comunali del Decentramento, tre Consiglieri di Parità e un’Associazione di Enti Locali.



Lo scopo di questa realtà, si legge sul sito, è «promuovere, sul piano locale, politiche che sappiano rispondere ai bisogni delle persone Lgbt, contribuendo a migliorarne la qualità della vita e creando un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi».

E ancora: «La Rete ha fra i suoi obiettivi quello di valorizzare le esperienze già attuate e adoperarsi perché diventino patrimonio comune degli amministratori pubblici locali e regionali italiani. Cerca di farlo con una struttura leggera, orizzontale e partecipata, e invita tutti i partner a contribuire in modo attivo alla sua gestione e al suo sviluppo, promuovendo sinergie locali, utilizzando e valorizzando le risorse già esistenti, impegnandosi nella promozione e diffusione di buone prassi sul territorio».



L’ingresso del Comune nella rete risale al mandato scorso, a guida Roberto Cosolini, e fu una scelta della vicesindaca Fabiana Martini (vedi articolo a parte).

Non è il primo capitolo nei rapporti burrascosi della giunta con questo argomento. L’ultimo, nel maggio scorso, era stato il rifiuto del sindaco di concedere il patrocinio al Gay Pride regionale, che infatti era poi sfilato a Udine abbandonando il capoluogo friulano: «Non concederò mai il patrocinio a questa sfilata. Non credo in questi carrozzoni e poi il patrocinio è una cosa seria, è il simbolo della città», aveva commentato allora il sindaco Roberto Dipiazza.

Il capitolo precedente era la lunga battaglia per le unioni civili in piazza Unità: uno dei primi atti della giunta era stato quello di negare l’utilizzo della sala matrimoni per le unioni, relegate a palazzo Gopcevich. C’è voluta una lunga protesta e una pronuncia del Tar perché la maggioranza ritornasse sui suoi passi. Non prima, però, di aver tolto il nome “sala matrimoni” a quello spazio.

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