Slovenia-Croazia, la disputa sulle frontiere fa litigare anche i parroci

La Cattedrale di Lubiana

La Conferenza episcopale di Lubiana riconosce l’esito dell’arbitrato dell’Aja ma non così quella di Zagabria che ha posizioni più intransigenti del governo

LUBIANA. Libera Chiesa in libero Stato? Certo, assioma assunto dalla maggior parte dei Paesi occidentali, ma quando di mezzo ci sono i confini che cosa succede? Un interrogativo che sta diventando una sorta di insolvibile algoritmo tra Slovenia e Croazia nonostante la sentenza della Corte internazionale dell’Aja che si è chiaramente espressa sui confini marittimi e terrestri tra i due Paesi. Piccolo particolare non trascurabile: Zagabria non riconosce l’autorità della Corte dell’Aja a causa dell’affare spionistico marcato Lubiana che ha contraddistinto i lavori dei giudici internazionali. Pochi giorni fa si sono incontrati i premier dei due Stati. Risultato? Due turchi alla predica.

 


E chi di prediche se ne intende, ossia il clero cattolico sloveno nella sua massima espressione, la Conferenza episcopale, ha sancito che quanto sentenziato dai giudici dell’arbitrato sarà applicato anche in relazione ai confini delle parrocchie slovene. I “fratelli” croati però, sempre riuniti nella Conferenza episcopale, sposano la tesi del governo di Zagabria: l’arbitrato non ha alcun valore. E si apre quindi la “guerra dei parroci” e delle parrocchie.

I vescovi sloveni non fanno una piega. Il segretario generale della Conferenza episcopale Tadej Strehovec non fa una piega e snocciola il diritto. «in base al trattato tra la Slovenia e la Santa Sede - spiega - i confini delle parrocchie sono perfettamente coerenti con quelli dello Stato sloveno». Il medesimo articolo del trattato sancisce che nessuna parrocchia della Cbiesa cattolica slovena “invaderà” il territorio di un Paese confinante. Ergo, sono parole del segretario generale della Conferenza episcopale della Slovenia, «le curie di Murska Sobota, Novo Mesto e Capodistria conformeranno i propri confini a quelli dello Stato», aggiungendo poi che questo avverrà quando sarà avvenuta la fase di implementazione tra Lubiana e Zagabria relativamente all’arbitrato. Insomma quando due sordi, magari con l’ausilio di un amplificatore acustico (leggi diplomazia europea) riusciranno, se non a mettersi d’accordo, almeno a dialogare.

 



L’affare è maledettamente complicato anche perché in base allo stato di diritto attuale le case che, in base all’arbitrato, sono diventate territorio sloveno faranno parte delle curie slovene, mentre quelle che sono entrate nel territorio croato faranno, a loro volta, parte delle parrocchie croate. Già così non è lineare, visto il disconoscimento dell’arbitrato da parte della Croazia, ma diventa ancor più complesso perché questo passaggio di parrocchie dovrà essere sottoscritto da un apposito atto della Santa Sede. Ma c’è di più. L’arcivescovo di Lubiana Stanislav Zore non teme di gettare benzina sul fuoco affermando che «non tutte le decisioni del tribunale arbitrale soddisfano quelle che erano le nostre aspettative, ma siamo costretti ad accettarle e ci aspettiamo che lo stesso avvenga dall’altra parte».

“L’altra parte” sarebbe la Croazia, o meglio, nel nostro caso, la Chiesa croata la quale però sta assumendo posizioni addirittura più oltranziste del governo di Zagabria. La Commissione verità e pace della Chiesa cattolica di Zagabria, infatti, ha per ben due volte affermato che l’arbitrato internazionale sui confini tra i due Paesi è un errore in quanto non decide in base a già chiari parametri del diritto internazionale. Dunque Chiesa più oltranzista dello Stato. Almeno in Croazia, dove i porporati portano ad esempio i casi delle parrocchie e curie cattoliche presenti in Serbia e in Bosnia-Erzegovina. Insomma un caos decisamente più caos di quello che si stanno “contendendo”, per i confini marittimi e terrestri, gli Stati di Slovenia e Croazia. Insomma se nel Golfo di Pirano è guerra delle sardelle a livello spirituale siamo alla guerra per i battesimi.

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