Staranzano, spetta al vescovo decidere il destino del capo scout gay

La palla passa alla Curia, ancora in silenzio. Don Gilberto: «Non sta a noi giudicare» Già nel 2014 l’Agesci aveva affrontato a Pisa il tema con “La Carta del Coraggio”

Staranzano, l'unione civile tra Marco e Luca che ha fatto arrabbiare il prete

 

STARANZANO. La direzione nazionale di Roma dell’Agesci (associazione guide e scouts cattolici italiani) non si pronuncia e passa la grana fra le mani dell’arcivescovo di Gorizia, Carlo Maria Redaelli.

Al prelato, dunque, è affidato il destino dell’educatore. Sarà lui a stabilire se Marco Di Just, capo scout a Staranzano, dopo l’unione civile avvenuta sabato in municipio col suo compagno, il consigliere comunale Luca Bortolotto, potrà continuare o meno a ricoprire l’incarico. Che è quello di capo dei “lupetti” o “coccinelle”. Oppure se dovrà invece lasciare il gruppo, come ha detto chiaramente don Francesco Fragiacomo. Per il parroco, infatti, non ci sono più le condizioni dopo l’atto pubblico di giorni fa: Marco Di Just non può fare più l’educatore.

Carlo Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia


Ad aumentare la “confusione” ha contribuito anche l’Agesci nazionale con la sua posizione neutrale maturata martedì con un comunicato molto stringato. Nella nota spiegava, senza porre altre condizioni, che lasciava ampia libertà di decisione ai responsabili del posto, sostenendo fra l’altro che «le questioni educative sono in capo alla comunità educante, la quale sostenuta dalla Chiesa locale, assieme al confronto col vescovo, saprà valutare ciò che deve essere fatto per il bene dei ragazzi».

Il dibattito sul problema dell’omosessualità nell’associazione scoutistica cattolica era stato affrontato in altre occasioni dai volontari di Baden Powell, ma in forma ufficiale per la prima volta nella terza edizione della Route nazionale 2014 di rover e scolte, un maxi raduno con 35mila scout da tutta Italia a San Rossore (Pisa), dove fu scritto un documento, la “Carta del Coraggio” aperta anche «all’omosessualismo e al gender». Pure in quell’occasione vi furono posizioni contrastanti, dalle quali tanti avevano preso le distanze perché «poco in sintonia coi valori di un’associazione educativa cattolica».

Il caposcout sposa il compagno, il parroco: deve lasciare. L'intervista



A Staranzano, dopo la grande festa molto partecipata di sabato e il clamore dei primi giorni, si è alzato all’improvviso un muro di silenzio dove ognuno preferisce evitare di parlare dell’argomento, a cominciare proprio dal parroco don Francesco, dal no comment della Curia Goriziana e dall’ostentata cautela del sindaco Riccardo Marchesan che aveva subito messo in chiaro dal primo momento di «non volersi intromettere nelle questioni della Chiesa e nella sfera scoutistica e che il suo è stato solo un dovere di amministratore».

A questa situazione fa riscontro anche il silenzio dei genitori dei ragazzi scout che, prima della celebrazione delle nozze gay, avrebbero avuto un incontro con la Co. Ca. (Comunità capi), della quale è responsabile il viceparroco, don Eugenio Biasiol (presente alla cerimonia), e che in quella sede sono stati messi al corrente della situazione, cioè della condizione del capo scout, Marco Di Just.


Don Gilberto Dudine, parroco di San Nicolò a Monfalcone, intanto esprime perplessità «per tutto questo clamore mediatico perché ognuno è libero di fare quello che vuole nel rispetto della legge».

Per quanto riguarda, invece, la questione se Marco Di Just possa continuare o meno a fare da educatore, don Gilberto esprime la sua opinione. «Questo lo potranno dire solo la comunità scout locale e regionale – dice – anche i genitori degli scout e ovviamente l’arcivescovo. Non mi permetto di esprimere una posizione né a favore di Marco e Luca che non conosco e neanche delle scelte pastorali di don Francesco Fragiacomo che certamente avrà i suoi motivi».

«È il parroco di 7. 200 abitanti e non di due persone, per cui deve tener conto di tutti». «Se Marco può continuare a fare l’educatore? Dipende – aggiunge – da quanto è matura quella comunità. Credo che bisogna crescere tutt’insieme nelle varie problematiche e qualsiasi tipo di decisione si voglia prendere, favorevole o contraria che essa sia, debba essere vissuta e creata all’interno del paese. Il tempo darà una risposta». «Come Chiesa – afferma don Gilberto – dobbiamo accogliere tutti e non possiamo giudicare nessuno. Quindi né Marco né Luca e neanche don Francesco devono essere giudicati come sta avvenendo in questi giorni sui social».

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