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Trieste: aggredita nel vagone, nuovi accertamenti

L’ordinanza del gip dispone che le indagini ricostruiscano i minuti prima del tentato stupro e anche quelli successivi

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TRIESTE Plurimi indizi e convergenti elementi. Ma tutto attorno vari interrogativi che dovranno essere approfonditi e soprattutto chiariti nelle prossime ore.

Per il giudice Giorgio Nicoli non c’è dubbio sulle responsabilità di Mekail Govand Qader, 26 anni, il cittadino iracheno che martedì scorso ha picchiato e tentato di abusare di una studentessa diciassettenne nella toilette di un vagone ferroviario in stazione.

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Ma lo stesso gip, nell’ordinanza cautelare che è stata depositata ieri mattina dopo l’interrogatorio di garanzia in carcere dell’indagato (Mekail si è avvalso della facoltà di non rispondere), rileva «ineludibili zone grigie e lacune - così si legge - in specie sugli orari e la durata dell’episodio senza contare le fin troppo scontate perplessità suscettibili di insorgere a fronte del complessivo comportamento della parte offesa (la ragazza abusata, ndr) la quale - per sua stessa narrativa - fu lei a recarsi e accettò di accompagnare Mekail da piazza Oberdan fino alla stazione, senza neppure entrare nell’edificio, ma invece proseguendo fino alla zona isolata dei binari destinati alla sosta dei vagoni fuori servizio».

Nicoli osserva che la giovane e l’uomo (che poi avrebbe tentato di abusare di lei) hanno camminato assieme per circa un chilometro «durante il quale passarono - scrive Nicoli - persino davanti alla sede della Polfer dove la ragazza notò parcheggiate delle autovetture con le insegne della Polizia di Stato».

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La domanda indiretta che si pone il giudice è evidente ed intuitiva: come mai la giovane non si è rivolta subito alla Polizia visto che stava passando a pochi metri dal commissariato della stazione? E poi, nell’articolato ragionamento, il giudice solleva altri dubbi riguardo il dopo.

Scrive in proposito Nicoli che era stata «la stessa ragazza a chiedere a Mekail di accompagnarla fino in piazza Oberdan lungo un tragitto in cui i due videro diverse persone».

Insomma occorrono spiegazioni. Perché bisognerà chiarire, sempre secondo il giudice, anche il fatto che durante il tragitto la ragazza ha riferito di aver «effettuato diverse conversazioni telefoniche con amici, amiche, conoscenti, nel lasso di tempo trascorso insieme a Mekail». Come è possibile, considerate le dichiarazioni con le quali la giovane ha sempre detto di essere stata costretta?

Per queste ragioni - fermo restando che per il giudice non ci sono dubbi sulla tentata violenza avvenuta nella toilette del vagone - è assolutamente necessario «che le indagini (della Squadra mobile coordinate dal pm Pietro Montrone, ndr) sviluppino e possibilmente chiariscano i molti lati oscuri della vicenda» anche con un interrogatorio disposto dallo stesso pm.

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Insomma, le indagini non sono certo finite. Dopo l’arresto di Mekail Govand Qader occorrono altri accertamenti, altri interrogatori. Nuovi approfondimenti quanto mai necessari.

Anche se, «si deve rimarcare - sono sempre parole di Nicoli - che per quanto talune lacunosità della ragazza lascino realisticamente aperte varie ipotesi sui propositi che indussero la giovane a raggiungere insieme a Mekail la zona appartata, il racconto della ragazza non presenta alcuna incongruenza».

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Intanto sulla vicenda interviene in prima persona il difensore di Mekail Govand Qader, l’avvocato Cesare Stradaioli. «È bene ricordare - dice - che il mio assistito, nel corso dell’interrogatorio di convalida di arresto, si è avvalso della facoltà di non rispondere: dunque, non avendo confessato alcunché, è e rimane un cittadino detenuto in attesa di giudizio».

Continua Stradaioli: «Stando ai fatti per come sono stati esposti dal giudice, nessuno ha assistito all’episodio denunciato dalla ragazza e quanto alle testimonianze sommariamente esposte nel corso dell’udienza ne avrò conoscenza diretta una volta depositata la richiesta di riesame.

In quella circostanza prenderò visione e copia degli atti che la Procura ha depositato per la richiesta di custodia cautelare». Conclude il legale: «Solo in un momento successivo mi confronterò in carcere con il mio assistito e discuteremo del da farsi. Naturalmente, se del caso, non escludo a priori una richiesta di interrogatorio alla Procura».

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