L'intervista alla 17enne aggredita in stazione: "Voleva ammazzarmi ma mi sono difesa"

Parla la studentessa diciassettenne picchiata in stazione da un iracheno. «Mi ha tappato la bocca e preso per i capelli costringendomi a salire sul treno»

AGGIORNAMENTO: Diventa un caso politico nazionale la frase usata da Debora Serracchiani per commentare la vicenda. "La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese".

TRIESTE. La voce trema. Le pupille si muovono veloci, come se cercasse di mettere in fila, uno a uno, quei fotogrammi di terrore. Lei, appena diciassettenne, tra le mani di un uomo che le tappa la bocca afferrandola per i capelli. Che la picchia, che vuole stuprarla nel vagone di un treno fermo. «Mi colpiva alla testa con un pezzo di ferro, voleva ammazzarmi», racconta.

L’aggressore è un iracheno di ventisei anni, Mekail Govand, già arrestato dalla polizia. Ieri è stato sentito dal giudice per le indagini preliminari Giorgio Nicoli. È difeso dall’avvocato Cesare Stradaioli. Dentro di sé la minorenne ha lo choc di quegli interminabili attimi e la paura di ciò che pensano i compagni di scuola. «Non mi ha violentata», protesta lei con rabbia, come a proteggersi dal giudizio altrui. In realtà, sul piano giuridico, pure un tentativo di stupro, sebbene non consumato, si configura a tutti gli effetti come una violenza sessuale.

La giovane ha ferite sul viso, coperto dal fondotinta, schiena, gambe e braccia. «Guardi qua...», dice scoprendo la pelle. È un morso. La testimonianza, prima che la ragazza sia interrotta da un poliziotto che la riporta in Questura, non riesce però a dissipare tutti gli interrogativi. In che modo è stata costretta a montare sulla carrozza? E per quanto tempo è rimasta con il suo aggressore?

Occorre scomporre l’intero quadro con ordine. È martedì. La giovane arriva in centro con un’autocorriera dopo una giornata trascorsa con la scuola fuori Trieste. In piazza Oberdan, e non in piazza Libertà come si leggeva mercoledì dal primo comunicato ufficiale in cui la polizia riferiva dell’arresto dell’iracheno. È pomeriggio inoltrato, ma il ricordo della studentessa, in fatto di orari, non riesce ad essere preciso. «Credo le sei, le sei e mezza... o le sette e mezza».

Un dettaglio di non poco conto. «Era giorno, c’era ancora luce», afferma. Scende dal bus notando una persona sull’aiuola della piazza. «Era per terra, gli ho chiesto se gli serviva aiuto, se voleva l’ambulanza», rammenta la diciassettenne. «Lui mi ha domandato se potevo accompagnarlo a casa. Mi ripeteva di accompagnarlo...». Si dirigono allora verso la Stazione, ma non imboccano via Ghega che sarebbe la più diretta e ovvia. «Facciamo delle viuzze... salutava gente per strada, erano stranieri». Potrebbe essere il tragitto di via della Geppa che sfocia davanti la Tripcovich. Raggiungono la zona della Stazione delle corriere che in effetti è là.

«C’erano pullman parcheggiati... a un certo punto gli domando: “ma dove abiti?”. Lui a quel punto si mette a ridere e mi tappa la bocca, prendendomi per i capelli. Era già buio». L’iracheno riesce a portarla in Stazione ferroviaria, lì a fianco, costringendola evidentemente. Passano per la via laterale, pare: via Gioia. «Mi ha trascinato nel primo vagone di uno dei treni in fondo ai binari». Nessuno vede nulla. «Mi fa salire su una carrozza aperta, spingendomi, dentro c’erano degli immigrati con le coperte che ci hanno mandati via... e lui ha risposto “fanc...”». Ma che ora era? «Le nove credo». Dunque, riassumendo: la ragazza si sarebbe imbattuta nell’iracheno, in piazza Oberdan, attorno alle sette e mezzo o forse prima. E sono più o meno le nove, dice, quando i due montano sul vagone.

Il tragitto fino alla stazione. Stando ai ricordi della diciassettenne, impiegano un’ora e mezza per andare da piazza Oberdan alla Stazione. L’iracheno, inoltre, la obbliga a seguirlo dopo averla afferrata per la bocca. «Mi teneva per i capelli, io piangevo, e mi ha portato in un altro vagone. Mi ha fatto sedere, si è messo vicino a me mangiando i pistacchi, poi mi ha trascinata in bagno e mi ha messo una bottiglia di whisky in bocca, me l’ha fatta bere, mi usciva anche dal naso. E ha tentato si stuprarmi, picchiandomi, ma mi sono difesa. L’ho morso, l’ho graffiato, gli ho sbattuto la porta contro la testa ma lui ha preso da dietro i pantaloni un pezzo di metallo e mi ha colpito, voleva ammazzarmi con quel ferro. Io l’ho buttato a terra, lui mi mordeva». I segni sul corpo dell’adolescente lo confermano. E il referto medico del Burlo parla di tumefazioni, ecchimosi, abrasioni e ferite. «Non mi ha stuprata, ci ha provato - puntualizza la minore - quindi non mi sembra giusto che le forze dell’ordine scrivano che sono stata violentata e che venga pubblicato questo. Poi i miei compagni fanno uno più uno». La mamma insiste: «Non è giusto che si dica che mia figlia è stata violata». In ospedale la giovane è stata comunque sottoposta a varie analisi, tra cui una visita ginecologica.

La conversazione a questo punto si ferma. Irrompe un poliziotto che la porta in Questura.La parte finale dell’aggressione, comunque, è cosa nota: come già riferito dalla polizia, la diciassettenne è riuscita a scappare. Sul referto medico c’è qualche altro dettaglio: «Riferisce di essersi allontanata seguita dall’uomo, di essere entrata in un bar, di aver allertato i passanti. Di essere infine salita sulla 20 dove alcune ragazze l’hanno notata piangere». È in quel momento appunto che interviene la volante: a quel punto sono le dieci e mezzo di sera, come si legge nel comunicato della Questura.

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Trieste, sabato mattina continua il presidio dei portuali

Gallinella su purea di zucca, patate croccanti e cavolo riccio

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi