Pd: «Primarie di coalizione per la partita regionale»

L'aula del consiglio regionale, a Trieste

Dopo le primarie nazionali, il Partito democratico apre le grandi manovre in Friuli Venezia Giulia. Il presidente Spitaleri: «Il campo va ampliato». L’ok degli orlandiani e di Mdp

UDINE. «Nessuna volontà di autosufficienza. Per giocarci la partita dobbiamo allargare il campo. E passare attraverso le primarie di coalizione». Salvatore Spitaleri risponde alle sollecitazioni che arrivano da Mdp come dal Campo progressista di Giuliano Pisapia.

Sa, il presidente del Pd regionale, che la scalata alla Regione nel 2018 sarà un Everest. Complicato farcela in compagnia, figurarsi da soli. Per questo, senza titubanze, Spitaleri ipotizza una sorta di modello Milano. Lo trova anzi naturale: «Il tema del campo attorno al nostro partito va declinato sia programmaticamente sia con la disponibilità alle primarie di coalizione».

Proprio a Milano nel febbraio 2016 Giuseppe Sala, che sarebbe poi diventato sindaco, si impose su Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, due candidati di partito. «La bellezza della democrazia», sintetizzò il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini. Ed è quello che sostanzialmente pensa Spitaleri.

Si presentasse alle primarie più di un candidato dem, la torta dei voti andrebbe divisa e potrebbe farcela il terzo incomodo. Ma il rischio va corso. Anche perché è probabilmente l'unica via per tenere il centrosinistra unito. E pazienza se Matteo Renzi, prima delle primarie di domenica scorsa, ha chiuso la porta agli scissionisti.

«Credo che sarà inevitabile un confronto a più voci per la scelta del candidato - ribadisce Spitaleri -, non possiamo pensare a un Pd autosufficiente e dobbiamo invece lavorare per ampliare la coalizione». Parole che vengono incontro alle forze di sinistra con le quali il dialogo va tenuto vivo: lo pensano un po' tutti i dem della regione.

«Le primarie di coalizione? L'importante è tenere il centrosinistra unito. Se quella sarà la modalità utile a raggiungere l'obiettivo ben vengano», dice Giorgio Brandolin, l'esponente più in alto grado degli orlandiani sconfitti da Renzi.

«Ribadita la lealtà al Pd - prosegue il deputato -, il nostro compito sarà ora quello di portare avanti idee nel segno di un soggetto progressista che porti all'accordo dello schieramento. Le prossime amministrative chiariranno ulteriormente quanto sia preferibile presentarsi agli elettori uniti anziché divisi».

Un'unità cui guardano come dogma anche gli scissionisti. «Mdp-Articolo 1 è nato, e intende agire nei prossimi mesi, per ricostruire un centrosinistra largo e partecipato - afferma Carlo Pegorer -, in Italia come in Fvg. E all'avvicinarsi delle scadenze elettorali restiamo dell'avviso che le candidature non possono che essere condivise e scelte assieme. Altrimenti è necessario un confronto tra tutte le proposte in campo».

Se mai il Pd avesse coltivato la tentazione dell'autosufficienza, del resto, pure i risultati delle primarie hanno consigliato altri percorsi. I 25mila votanti sono tanti, il dato numerico è esattamente quello sperato alla vigilia, nessuno è rimasto deluso (nemmeno i renziani per una percentuale meno favorevole al segretario che altrove, l'ala sinistra in Fvg è stata solida pure in passato), ma non si fatica a fare i conti: nelle primarie precedenti, senza andare a quelle da boom dei primi anni, era comunque andata alle urne una platea quasi doppia.

E se pure con tutte le giustificazioni del caso - dalla domenica in mezzo a un ponte a un esito quasi scontato, rileva Ettore Rosato -, in casa dem non si sottovaluta la disaffezione di una parte del proprio popolo. Tanto più a pochi mesi da una sfida alle regionali in cui il centrodestra si presenta favorito dopo la campagna delle amministrative 2016 e il possibile bis tra un mese, a partire da Gorizia.

Per ribaltare il pronostico il Pd sa di doversi appoggiare su due pilastri: una coalizione comprensiva di partiti e movimenti e un candidato vincente. Come lo era nel 2013 Debora Serracchiani. La presidente in carica difficilmente avrà un ruolo nella prossima segreteria nazionale del partito e si potrà dunque concentrare esclusivamente sul Fvg negli ultimi mesi del mandato.

Una sua ricandidatura non è completamente esclusa, ma rimane prospettiva remota rispetto a un seggio parlamentare. Da candidato presidente è sempre più probabile che il Pd finirà con il lanciare Sergio Bolzonello, persona apprezzata da tanti (pure dagli orlandiani, Brandolin in testa) anche se i democratici non lo considerano uomo di partito. E qualche mal di pancia c'è, pur se in un contesto in cui le alternative, da Franco Iacop a Cristiano Shaurli, non sembrano avere la stessa forza.

Chi non si è arrende è Francesco Russo. Il senatore triestino, ieri eletto componente dell'assemblea nazionale Pd in rappresentanza del gruppo al Senato, è convinto che fino all'ultimo si debba inseguire una soluzione «simil-Illy».

Magari il rettore di Udine De Toni? «Penso a una candidatura esterna e più inclusiva, capace appunto di coinvolgere un'ampia coalizione, il solo modo per non presentarci nel 2018 già sconfitti in partenza. De Toni è un nome che in Friuli si sta facendo, non va scartato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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