Gavettoni in galleria: identificata la banda

Il palazzo della questura dove è stato interrogato uno dei componenti della banda dei gavettoni e l'interno della Galleria San Vito, dov'è stato tirato il gavettone

Fermati quattro studenti incensurati. «Non volevamo far male». Il più grande del gruppo ha confessato in questura ammettendo di aver colpito in una stessa sera due passanti

TRIESTE. «È vero, lo confesso: sono stato io. Io ho lanciato quel gavettone all’interno della galleria San Vito nella notte del 5 marzo. Non ero solo, insieme a me c’erano tre amici. Ma non volevo ferire quell’uomo....».
 
A pronunciare queste parole davanti al pubblico ministero Federico Frezza, ieri mattina, è stato un giovane di 22 anni. C.A. - queste le sue iniziali -, è stato identificato dagli investigatori della Squadra mobile al termine di un’indagine non certo facile. I poliziotti sono arrivati a lui grazie ad alcune testimonianze ritenute determinanti.
 
 
Poi hanno allargato il cerchio, arrivando anche a identificare chi era in macchina con il ventiduenne. Si tratta di M.F., 20 anni; Z.L., 19 anni e Z.S. 21 anni. Sono tutti studenti senza precedenti penali alle spalle. Bravi ragazzi, insomma, che ora - a vario titolo, perché gli accertamenti sono ancora in corso -, sono accusati di lesioni gravi in concorso. Per arrivare ai quattro giovani determinante è stata la testimonianza di una ragazza colpita a sua volta di un gavettone lanciato da una macchina in corsa in via San Michele, proprio la stessa notte del “raid” in galleria. 
 
Ma fondamentali sono stati anche altri riscontri tecnici. Come quello delle telecamere, le cui immagini hanno consentito di risalire a una Ford Focus grigia con il portapacchi sul tettuccio, a bordo della quale viaggiavano appunto i componenti di quella che è stata poi ribattezzata la “banda dei gavettoni”.
 
C.A. viene descritto come uno studente di buona famiglia. Come detto da ieri mattina è formalmente accusato di aver gettato la “bomba d’acqua” che ha colpito Luca P., 38 anni. A causa del colpo l’uomo ha subito lesioni particolarmente serie ad un occhio. Tanto che i medici gli hanno prescritto di sottoporsi a un intervento chirurgico visto il reale pericolo si di perdere la vista.
 
 
L’impatto del gavettone gli ha causato infatti una frattura all’orbita dell’occhio destro. C.A., accompagnato dal difendore Paola Bardi, ha spiegato al pm Frezza altri particolari. Ad ascoltarlo anche un investigatore della Squadra mobile, lo stesso che nei giorni scorsi era riuscito a risalire con pazienza certosina all’identità del sospettato, invitandolo poi a comparire in questura. E lì alla fine C.A. ha ammesso quello che poi, ieri, ha ripetuto: «Sì, sono stato io, ma non volevo ferire quell’uomo». Il ragazzo ha tentato di spiegare insomma che il gioco era sfuggito di mano. E che quel gesto, che ha poi avuto conseguenze gravi, doveva essere una semplice “goliardata” tra amici.
 
Quella sera i giovani avevano appena accompagnato a casa una ragazza, fidanzata di uno di loro. Poi al ritorno avevano voluto trasgredire. Chi guidava ha dato gas. E chi sedeva davanti al posto del passeggero ha preso i palloncini pieni d’acqua (riempiti anche da chi era seduto dietro) e poi li ha lanciati.
 
 
Prima in galleria San Vito e poi in via San Michele. L’auto rallentava fino a raggiungere l’obiettivo. Poi, una volta avvicinata la vittima, scattava il lancio della bomba d’acqua, accompagnato dalle risate dei complici mentre l’auto ripartiva a utto gas. Precisa il difensore Paola Bardi: «Nessuno intendeva colpire quella persona». E ancora: «C.A. non avrebbe mai immaginato di poter fare del male».
 
Già, perché delle conseguenze di quel gesto, il ragazzo sulle prime non si è assolutamente reso conto. Ha infatti appreso dell’esistenza di un ferito solo nei giorni successivi, quando la notizia ha cominciato a girare nel web. Ha sperato non fosse vero, che si trattasse di una bufala. Ha incrociato le dita. Fino a quando due investigatori della Squadra mobile hanno premuto il campanello della casa, dove vive con i genitori. «Ci segua in questura. Una formalità, dobbiamo solo farle qualche domanda».
 
E le risposte, alla fine, sono sfociate in confessione.
 
 

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