In Serbia Vucic eletto presidente al primo turno

Nessuna sorpresa dalle urne con il giovane premier filoeuropeista che si aggiudica il 56% delle preferenze

BELGRADO. Un nuovo trionfo per Aleksandar Vucic, già al primo turno, con la temuta opzione del ballottaggio che diventa una chimera col passare delle ore. È questo lo scenario che si è delineato nella notte in Serbia dopo le prime proiezioni sulle presidenziali nel Paese balcanico, forse le più importanti dalla caduta di Miloševic a oggi. Presidenziali che avevano un protagonista, il premier e candidato della maggioranza di governo, Vucic. E dieci comparse, espressione di una opposizione divisa, incapace di mettersi d'accordo almeno su un paio di candidati forti da contrapporre al primo ministro.

In assenza di sfidanti quotati, Vucic, secondo i dati resi pubblici nella tarda serata dal Cesid, organizzazione indipendente che da due decenni monitora gli esiti delle urne in Serbia, e dall'agenzia Ipsos, avrebbe conquistato circa il 56% delle preferenze al primo turno, ben al di sopra del livello che avrebbe portato al ballottaggio.

Serbia, Vucic: "Hanno vinto le riforme e l'Europa"

«Mi auguro che queste elezioni facilitino la stabilità e la prosecuzione delle riforme economiche», ha detto ieri mattina con ottimismo Vucic, parlando già da vincitore, dopo aver votato in un seggio a Belgrado, aggiungendo di ritenere «assurde» le accuse dei suoi avversari. Avversari che, a ogni piè sospinto, hanno denunciato il monopolio sui media di Vucic e avvertito che, in caso di vittoria, nelle sue mani per i prossimi cinque anni almeno saranno concentrati il potere di presidente e premier, dato che per quest'ultima funzione dovrebbe essere indicato un uomo di sua fiducia.

Proiezioni, quelle arrivate nella tarda serata, che hanno demolito le speranze delle opposizioni sul possibile ballottaggio, una prospettiva che Vu›i„ vedeva come il fumo negli occhi, mentre i suoi avversari - sia gli ultranazionalisti, sia gli europeisti - le auspicavano per tentare di dare una spallata al premier-candidato presidente. Opposizione a Vucic che si è però limitata a spartirsi le briciole.

Il candidato indipendente ma appoggiato dal Partito democratico e da ampie fasce del mondo intellettuale, Sasa Jankovic, ex ombudsman sceso in politica per offrire un'alternativa a Vucic, avrebbe raccolto solo il 16% di consensi, secondo il Cesid e l'agenzia Ipsos, una base su cui si potrà comunque costruire «un nuovo movimento politico, onesto», ha dichiarato Jankovic. Ma la sorpresa è stato il giovane studente Luka Maksimovic, o meglio il suo alter ego Ljubisa Preletacevic Beli, la vera novità della campagna elettorale, secondo moltissimi elettori più credibile dei candidati seri. Il "commediante" sempre vestito di bianco, che con l'ironia mette alla berlina tutti i difetti del tipico politico balcanico, era un candidato antisistema che puntava a raccogliere consensi tra i più giovani e tra i delusi dai partiti tradizionali.

E Beli - «sono il migliore», ha ribadito ieri - è riuscito a convincere ben il 9% degli elettori andati alle urne. Se le proiezioni di ieri sera saranno confermate dai risultati ufficiali, come sembra, la Serbia si avvia verso «una sorta di "super-presidenza", perché Vucic sceglierà il prossimo primo ministro e indicherà i ministri, non si dimetterà dalla carica di presidente dell'Sns», il partito di maggioranza nel Paese, «e influenzerà le scelte politiche» future, spiega al Piccolo il politologo Boban Stojanovic. «Avremo un sistema politico come durante il secondo mandato da presidente di Boris Tadic», con il suo fidato Mirko Cvetkovic come premier. E le accuse di autocrazia da parte dell'opposizione? La democrazia in Serbia soffre per «l'assenza di libertà di stampa», arringa l'analista, e «il successo di Vucic alle elezioni dipende anche dal controllo sui media», in testa il servizio pubblico «della Rts e Tv Pink», molto popolare nel Paese.

«Congratulazioni a Vucic per la netta vittoria, abbiamo fiducia che i rapporti di collaborazione proseguiranno e si rafforzeranno», ha detto anche la presidente Fvg, Debora Serracchiani. La pensano così in molti, non solo a Trieste e a Roma, ma anche a Bruxelles.

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