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Fvg, l’era Uti non decolla: no da un Comune su tre

Sono 57 le amministrazioni che non hanno aderito, poi le uscite di Paularo e adesso Monfalcone. Panontin: «Conseguenze? Devo leggere le carte»

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TRIESTE. In 59 hanno detto no. La maggior parte (57) non aderendo da subito, i restanti 2 (prima Paularo, poi Monfalcone) uscendo in un secondo momento. La sola Uti giuliana (su un totale di 18) conta - almeno per ora - il 100% di presenze (6 su 6).

La nuova “geografia” del Friuli Venezia Giulia, quella delle Unioni territoriali intercomunali, non convince quasi un Comune su tre in regione. Né mancano le contestazioni di qualche comparto lavorativo, come accade in particolare a Udine con la polizia municipale.

«Dalla prima assemblea nell’Unione Friuli centrale - fa sapere Mafalda Ferletti, segretaria regionale della funzione pubblica Cgil - abbiamo ricevuto il mandato dai lavoratori di indire lo stato di agitazione.

Immagino ne seguiranno altri». Parole che sono l’anticamera di una possibile stagione di scioperi, Uti per Uti.Un percorso accidentato da subito. Da quando la legge 26 del 2014 ha iniziato a venire impallinata da una sessantina di sindaci ribelli, con tanto di ricorso al Tar Fvg e battaglia aperta, pure dopo un verdetto sostanzialmente favorevole all’impianto della riforma, con l’obiettivo (centrato su pressing dell’Anci) di evitare le penalizzazioni finanziarie ai non aderenti.

Dal 1° gennaio 2017, per effetto anche del contestuale superamento delle Province cancellate dalle modifiche statutarie approvate in doppia lettura in Parlamento, le Uti sono diventate realtà.

Ma i primi scricchiolii si sono sentiti in fretta. Lo ammette lo stesso Paolo Panontin. «La fatica iniziale è insita nei processi complessi - osserva l’assessore alle Autonomie -. La verità è che a creare complicazioni è la perdurante azione di contrasto politico». Il riferimento è a un’azione che la giunta Serracchiani considera di sabotaggio da parte di alcuni Comuni del centrodestra.

I tre sindaci portavoce della protesta anti-Uti, Piero Mauro Zanin di Talmassons, Renato Carlantoni di Tarvisio e Pierluigi Molinaro di Forgaria, rincarano tra l’altro la dose dopo il caso Monfalcone, «un’uscita giustificata da un aumento di costi e una diminuzione della qualità dei servizi - affermano -, a sancire il fallimento della legge Serracchiani-Panontin. Man mano che la 26 continuerà a fare danni, altri colleghi seguiranno l’esempio».

Ma la mossa di Monfalcone non sembra agitare la giunta regionale. «Prima di pronunciarmi ho bisogno di vedere la delibera - puntualizza Panontin - comunque se il documento è identico a quello di Paularo, l’atto è nullo e non produce effetto. Se è diverso non lo so ancora, devo analizzare nel dettaglio cosa c’è scritto».

La prima uscita, dalla Uti della Carnia, è stata proprio quella di Paularo. Con conseguente nuova partita giudiziaria giacché il presidente dell’Unione e sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo ha impugnato l’atto del Consiglio comunale paularese. Ma non mancano altre fibrillazioni, in particolare nella fascia intermedia del Friuli.

A Udine è di questi giorni la manifestazione di piazza degli agenti della polizia locale contro il taglio delle indennità, a partire da quella che riguarda la detenzione e manutenzione della pistola (riconosciuta da 17 anni), con attacco diretto ai dirigenti dell’Uti del Friuli Centrale, al prefetto e al sindaco Furio Honsell per avere «disatteso gli accordi che non prevedevano variazioni per le contrattazioni di secondo livello con il passaggio dal Comune alla Uti».

Nello stesso Friuli Centrale un altro nodo è quello del trasferimento dei dipendenti comunali, mentre altrove, per esempio a Trieste, si è partiti più soft con il personale in comando o in distacco.

«Dove si è proceduto al trasferimento dall’oggi al domani, in una fase in cui l’associazione delle funzioni risulta molto problematica, si è determinato il caos», sottolinea Ferletti.

Più in generale, la Cgil parla di una riforma «che sembra pensata ieri, mentre invece è in cantiere da due anni e in questo periodo ha pure subito nove modifiche».

A soffrirne, insiste il sindacato, sono appunto i lavoratori: «Le Uti furono pensate per aggregare i servizi tra gli enti, soprattutto quelli più piccoli che tuttavia, tra scarsità di risorse e blocco delle assunzioni, sono da tempo al collasso.

Eppure, buona parte degli amministratori locali hanno trasformato la legge in un terreno di scontro politico piuttosto che cogliere l’opportunità di una gestione associata delle funzioni. Con il risultato della totale confusione per quanto riguarda la gestione del personale, con picchi nella vigilanza urbana ma non solo».

Altro guaio, in prospettiva, nei servizi sociali dei Comuni. Nel 2017, ricorda Ferletti, le Uti si avvarranno degli attuali enti gestori (Comuni, Aas, Aziende servizi alla persona) nell’attesa di gestire la materia direttamente da gennaio 2018, «un processo che vedrà la revisione degli attuali ambiti non coincidenti con la nuova delimitazione territoriale, coinvolgendo sia i Comuni transitati ad altre Uti sia quelli che non fanno parte di alcuna Unione».

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