In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni
PROVA

Un giorno a Opicina: il sogno del salotto pedonale dove far rivivere il passato

La chiusura al traffico di via Prosecco renderebbe il centro più fruibile per tutti e una segnaletica in tre lingue sarebbe il giusto omaggio a una storia dimenticata

Nicolò Giraldi
3 minuti di lettura

Paese a sé, Opicina nel corso degli anni si è modificata e la distanza tra Trieste e l’altopiano carsico si accentua o diminuisce a seconda dei punti di vista. Luogo di transito e passaggio da e verso la Slovenia, è crocevia di strade di imperiale memoria, caserme, una linea ferroviaria e diverse attività non tutte sempre disposte a raccontare la quotidianità. Uno degli elementi principali si rivela fin da subito il bar Vatta, locale ormai storico di Opicina dove si potrebbe passare una giornata nella sua interezza senza accorgersi del passare del tempo. Turisti, locali, triestini di città che consumano il tempo di un passaggio tra i caffè, qualche spritz e bottiglie magnum Ferrari posizionate non a caso sugli scaffali nuovi del bar. Il cartello che indica la chiusura della cassa è bilingue, strumento che permette a chi arriva da fuori di agganciare la comprensione sulla storica presenza slovena sul Carso.

[[(MediaPublishingQueue2014v1) Un giorno a Opicina]]

«Progressivamente siamo riusciti a costruire una realtà aperta, quella della compagnia di carnevale di Opicina» racconta Gregor Znidarcich, una delle anime carnascialesche opicinesi. «Ci raduniamo qui ogni anno. Ci sono alcune persone che cominciano a lavorare al carro mascherato già a settembre, come Devan, il nostro factotum. L'impegno dura fino a primavera ed è un po' come aspettare Godot».

 

Opicina, all'interno del capannone della compagnia di Carnevale

 

Nel conferire il giusto ruolo al lavoro di mesi, è come se tutto rasentasse una preparazione olimpica, dove per settimane e settimane ci si debba impegnare per raggiungere un risultato, frutto di una performance di pochi attimi. «Opicina vive il carnevale come forse l'unico momento in cui è un po' più viva» afferma Gregor, che guida questo viaggio all'interno del capannone. «È veramente una questione di cuore» dice Federico, che da seduto sta dipingendo una parte del carro. Ha il gesso alla gamba sinistra e le conseguenti stampelle, eppure dà una mano come gli altri. Gregor ricorda che «se devi fare il Carnevale allora è giusto farlo così, fisicamente e sporcandosi le mani, altrimenti non ha senso».

Federico parla della consapevolezza maturata negli anni. «Abbiamo le redini del momento, conosciamo i nostri limiti e il tutto deve assumere le sembianze di una presentazione decorosa del paese dove sei nato e cresciuto. Deve esserci perfezione». La sfilata quest'anno compie cinquant'anni. Le prese in giro sulla politica troveranno il loro fondamentale spazio, la satira seppellirà anche questa infausta stagione politica.

«La storia di Opicina è complessa» sostiene Gregor servendo un assist pieno di speranza a Martin, opicinese doc. «Ci sono molte cose che potrebbero venir migliorate. Concludere la centralizzazione della fognatura sarebbe un primo passo; rimettere a posto la zona vicina alla scuola, accentuare la segnaletica per i parcheggi, visto che tutti quanti possiedono il box auto ma spesso la ricerca del posteggio si trasforma in una faccenda dai toni curiosi, per non dire drammatici». La valorizzazione del centro storico di Opicina è un ulteriore progetto che sta a cuore a Martin. «Molti anni fa era emersa l'idea di chiudere al traffico via di Prosecco, deviando la viabilità e riuscendo a ottenere una pedonalizzazione che avrebbe potuto rendere più vivibile il paese. Assieme a questo progetto, sarebbe affascinante e doveroso anche dal punto di vista storico, posizionare delle tabelle turistiche che riescano a spiegare a chi viene da fuori cos'è stata Opicina nel suo passato. Se poi le facessimo in italiano, sloveno ed inglese sarebbe perfetto» conclude Martin che scappa a causa di un evento organizzato dal Prosvetni Dom, ulteriore realtà associativa molto importante per Opicina e per l'anima slovena del paese.

Un'anima che il cimitero conserva bene. Malalan, Sossic, Škerlavaj, Dolenc, Vremec, sono solamente alcuni dei cognomi che riposano nella parte vecchia del campo santo, dietro alla continuazione su asfalto del sentiero Cai 26. Condurre qui chi visita Trieste e dintorni dovrebbe diventare operazione quotidiana, in virtù di una pagina di storia che troppo spesso è stata messa in discussione. Forse anche dallo stesso custode che esordisce con un "volemo accomodarse?" indicando l'uscita, visto l'orario invernale che impone la chiusura alle 17.

Camminando lungo le vie di Opicina ci si imbatte in diverse attività. Andrea gestisce da 19 anni la piccola bottega ortofrutticola all'altezza della rotonda dove una volta esisteva il monumento al conte von Zinzendorf, oggi imballato al Museo de Henriquez e in attesa di ricollocazione. «C'è molta più gente di un tempo» racconta Andrea. «Considera che nelle domeniche di qualche anno fa si faceva fatica a incrociare una macchina. Oggi si vive tranquillamente, i clienti vengono da Trieste, dalla Slovenia e da Capodistria. Se avessi la possibilità di cambiare qualcosa cosa farei? Niente, è tutto perfetto così».

Opicina possiede un'anima diversa dalle altre periferie del comune. È un paese che difficilmente si può considerare un rione cittadino. Il bar Canarino è luogo dove «a una certa ora arrivano i clienti migliori, quelli di settant'anni che hanno più vitalità dei giovani» scherza così Emi, dipendente del locale. Il bar è frequentato anche da giovani, ma Mario e Nerina prendono il caffè da moltissimo tempo, fin dal 1960 quando vennero ad abitare qui. Emi guarda fuori dalla finestra e racconta di cosa succederà durante la settimana di carnevale. «Non so se riuscirò a vedere la strada» spiegando l'altissimo numero di persone che festeggeranno al grido di živjo pust.

 

Addio limiti, si va a tavoletta. Torna la vera Trieste-Opicina

 

Il Tabor è il bar di riferimento della comunità slovena. Saša e suo fratello Kristjan gestiscono questa attività che fino a cinque anni fa era il bar del circolo. «Il carnevale rappresenta l'evento dell'anno e porta con sé un carattere tradizionale, come ad esempio il giro del paese che facciamo la domenica. A Opicina ci sono ancora trenta, quaranta cantine che contribuiscono alla creazione di una specifica atmosfera». Anche per Saša la chiusura del centro, rendendola pedonale in alcune giornate darebbe un tocco in più al paese. La sacralità del carnevale si respira in ogni angolo, anche in quelle diffidenze espresse nei confronti della stampa da parte di alcuni commercianti.

 

Opicina, all'interno del capannone della compagnia di Carnevale

 

Opicina è ovviamente molto di più, con il campo da calcio di via degli Alpini, alcune pizzerie, tre imprese di onoranze funebri, e quel tram nato disgrazià che contribuisce non poco alla vita economica di questo paese. Rimetterlo in ordine e esercitare pressioni affinché possano ripartire le corse significherebbe stare vicino agli esercenti, non solo a parole.

I commenti dei lettori