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San Giacomo, formicaio multietnico tra hit dei Laidos e facce da pub

Il locale di nonna Ciana è invaso da maglie della Triestina e sciarpe del West Ham. E gli habituè della Casa del Popolo Gramsci convivono con i fan dell’Escape Room

3 minuti di lettura

San Giacomo non è più il rione delle “mule col Cristo in peto, el marì che naviga e l'amante soto el leto”. Questa città nella città, come molti residenti la definiscono, è il luogo dove il formicaio umano di una della aree più popolose - e popolari - di Trieste viene costruito sulla base di sezioni diverse: il campo e la via dell’Istria, San Marco e la crosera tra via dei Giuliani e via della Guardia, che per i sangiacomini è ancora l’aorta vitale. Una divertente altalena tra latterie e ristoranti, trattorie e macellerie, canti alabardati e proposte operative su una San Giacomo aperta.

«Il rione è unico», racconta Loredana dell’osteria Dalle cugine mentre la signora Monica accarezza il suo cagnolino. «Ho questo bar da 7 anni e non ho mai avuto un problema. Certo, la clientela devi selezionarla e su questo sono molto categorica». Loredana sorride quando entra Auro, fondatore della storica band triestina I Laidos. «Gavemo cominciado a sonar in costa dei Barbari anche se el buso lo gavemo sempre avudo in largo Pestalozzi». Prende la chitarra e intona un paio di pezzi, mentre gli avventori i tira l’orecia con evidenti segni di approvazione.

 

San Giacomo, Trieste: Auro, fondatore dei Laidos, unplugged in trattoria

 

«Và de nonna Ciana, ela te conta tutto», suggerisce Loredana. Per giungere alla corte di Luciana bastano pochi metri. L’entrata è l’immagine dell’amore nei confronti della Triestina, o come avrebbe scritto il compianto Di Ragogna, verso “i greghi”.

Sulle pareti del locale compaiono sciarpe del West Ham, dell'Hajduk di Spalato, gagliardetti dell'Ancona, del Vesna, del Leyton Orient oltre a stampe e fotografie di undici rossalabardati del passato e del presente. «Sono 26 anni che lavoro dietro a questo bancone», dice Luciana che normalmente dà una mano ad Alessio, il figlio che ha preso in gestione questa osteria. «La muleria parla de balon e cos'te vol, noi veci parlemo de chi che xe morto», scherza così la signora esule fiumana. Pier, Stefano, Terry e Alice sono quattro ragazzi giovani che vivono il rione assiduamente. «Forse un elemento assente è un centro aggregativo, una maggiore pulizia e qualche controllo in più soprattutto la sera», afferma Pier.

 

Alice è originaria di Vicenza e dopo l’università ha scelto di vivere a San Giacomo. «È l’esempio perfetto della bellezza decadente della città. Tuttavia c'è molto di più perché non serve a niente passare il tempo a lamentarsi». Chi non sa proprio cosa significhi starsene con le mani in mano è Christian della latteria. Poco prima di pranzo sono già entrate 700 persone. «Go ciolto un contapassi, cos'te credi?». Arriva alle tre e mezza del mattino per preparare tutto. «Resto qui fino all'ora di cena e sono innamorato di questo rione». Suo padre ha gestito per moltissimi anni la macelleria a fianco della sua attività. «È stato un'anima del quartiere», racconta Christian che sprigiona un contagioso entusiasmo, per dirla alla triestina un vero morbin.

[[(MediaPublishingQueue2014v1) Un giorno a San Giacomo]]

San Giacomo però non è tutto rose e fiori. Molti commercianti e residenti lamentano la poca pulizia della zona. «Gettare i rifiuti nel posto giusto utilizzando la raccolta differenziata è anche e soprattutto una questione di educazione», dice Diana, friulana residente qui da 5 anni. «Mi piacerebbe che il mercato della Coldiretti non fosse esclusivamente il sabato», conclude. Un’ulteriore criticità è rappresentata, a detta dei residenti, dai pochi controlli da parte delle forze dell'ordine soprattutto in orario serale. Lo sanno bene Arles e Alessandra della Stalletta, gestori dello storico ristorante di quartiere. Poco tempo fa hanno subito un'aggressione violenta. «Andiamo avanti perché crediamo in ciò che facciamo», così Arles, che ha vissuto a Milano per molti anni.

L’atmosfera è calda, le bottiglie di vino fanno da cornice alle pareti della saletta dove lui stesso, svestiti i panni del ristoratore, si mette a suonare qualche pezzo di Marley, degli Oasis e «un po’ di tutto». Il sorriso con cui accoglie gli amici che vengono a trovarlo è quello di chi non si arrende. «Una delle iniziative che si potrebbero realizzare è creare una pedonalizzazione in determinate giornate dell’anno per creare un’atmosfera festosa che altri quartieri invidierebbero». San Giacomo, nell’inedita veste di una Notting Hill triestina diventerebbe immediatamente Saint James. La macelleria Cocolo - quella gestita per anni dal padre di Christian - è stata presa in gestione da Marco che parla di quanto sia multietnico il quartiere. «Gli stranieri hanno portato il loro mondo qui e non sono certamente i serbi o i rumeni a dar fastidio; Trieste da sempre ha ospitato genti diverse, ed anzi, a volte loro dimostrano più serietà di molti italiani». L'affascinante e rumoroso andirivieni di persone che anima il mercato di piazza Puecher il martedì e il venerdì, contrasta con lo studio silenzioso dei giovani frequentatori della Quarantotti Gambini, storica biblioteca triestina. Sull’angolo opposto della piazza, Lucian ha aperto da poco un negozio di collezionismo. Anche per lui la sicurezza è scarsa. «Sarebbe auspicabile un sistema di telecamere, un po' come a Londra».

 

Rioni: un giorno a... Cattinara e Melara

 

Il quartiere è pieno di realtà sociali: l’oratorio dei Salesiani, la scuola Bergamas, la Microarea dell'Azienda sanitaria dentro al complesso di case popolari chiamato Vaticano, la Casa del Popolo Gramsci - oggi temporaneamente chiusa per cambio gestione ma che rimanda ad un «abbiate pazienza, ne varrà la pena».

Dall’altro lato del campo via San Marco è un’arteria con un flusso continuo di osterie e buffet, botteghe ortofrutticole, qualche palazzo abbandonato e il ricreatorio Pitteri. Dietro ad esso resistono i bagni pubblici di via Veronese e, poco sotto, l'antico lavatoio mostra ancora le sue vasche originali. Il bancone dell'Old London Pub guarda con ammirazione alle isole britanniche e al rugby, dimostrando che internazionalizzarsi a Trieste è ancora possibile. La fila davanti alla pescheria, una sala giochi dove l'entrata è vietata ai minori di 18 anni, l'edicola di Alberto e suo fratello, il Primorski Dnevnik e il corteo del Primo Maggio. E ancora la statua di Brovedani, l’associazione Vuk Karadzic e l’Escape Room. San Giacomo non avrà più le mule col Cristo in peto ma regala un'energia autentica, la stessa alla quale anela un turismo intelligente. Condurlo in cima al colle non sarebbe poi così male.

(6 - continua. Le precedenti puntate sono uscite l’11 gennaio, il 7 e 3 febbraio, e il 27 e 29 gennaio )

 

Viaggio tra i rioni di Trieste - Un giorno a Roiano e Gretta

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