Trieste, chiude la sala Tripcovich: il Comune vuole abbatterla

La sala Tripcovich

Dipiazza rispolvera il vecchio progetto che prevede parcheggi al posto dell’ex stazione delle corriere. Pressing sulla Soprintendenza per rimuovere il vincolo sull’edificio costruito nel 1936 da Nordio. L’operazione abbattimento verrà illustrata a breve al consiglio di indirizzo della Fondazione Verdi proprietaria della struttura

TRIESTE La sala Tripcovich chiude e, in prospettiva, potrebbe non riaprire mai più. Sì, perché il Comune, secondo il quale l’edificio ha seri problemi strutturali, ha ufficialmente dichiarato guerra all’ex stazione delle corriere costruita nel 1936 dall’architetto Umberto Nordio, vincolata dalla Soprintendenza dal 2006, diventata teatro nel 1992 e dal 2012 entrata nel patrimonio della Fondazione del Teatro Verdi. Un’ex stazione che il sindaco Roberto Dipiazza, rispolverando un vecchio cavallo di battaglia, farà di tutto per buttare giù.

Non è dunque un caso che lo spettacolo “Solo” di Arturo Brachetti, che doveva andare in scena ieri e oggi, sia saltato. Che l’idea di radere al suolo l’edificio non sia solo di una vaga intenzione, lo dimostra il fatto che Dipiazza, anche presidente della Fondazione, ha già fatto dei sopralluoghi con gli assessori di competenza.

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Lo spiega il consigliere forzista Piero Camber, che aggiunge: «Nel cassetto c’è già un progetto articolato, che si affiancherebbe a quello già previsto per la riqualificazione di piazza Libertà e che in teoria dovrebbe partire entro un anno.

Dipiazza dovrebbe presentare il suo programma al consiglio d’indirizzo della Fondazione Verdi e nel caso di assenso, lo stesso ente culturale dovrebbe poi avviare ufficialmente la domanda alla Soprintendenza per ottenere l’iter di rimozione del vincolo».

Al posto della Tripcovich il sindaco ipotizza un grande spazio che dia visibilità all’imponente ingresso di Porto vecchio. E, per soddisfare la grande sete di posteggi in centro, vorrebbe costruire un parcheggio sotterraneo. La soluzione per il piano del nuovo contenitore secondo Camber potrebbe prevedere un ampio numero di stalli. «Se la proprietà torna al Comune, potrebbe fare un bando di gara e ricavare 300-400 parcheggi sotterranei».

Alla base di questo progetto non ci sarebbero solo l’intenzione di Dipiazza di realizzare l’antica promessa e la constatazione di un «sottoutilizzo della Tripcovich come depandance del teatro Verdi negli ultimi anni», ma anche la volontà di risparmiare i due milioni di euro previsti per la ristrutturazione dell’ex stazione.

Quei soldi - che, al momento, fanno capire dal Comune, non ci sono - sarebbero necessari per risanare una piccola parte del soffitto crollata a terra, mettere a norma l’impianto elettrico, sostituire le poltroncine e rifare i camerini che si trovano ora nei container dietro la struttura. Ma per riuscire a demolire la Tripcovich, il Comune deve riuscire a superare due grossi ostacoli: il Consiglio di amministrazione del Verdi, che deve approvare la “rinuncia” all’edificio, e la Soprintendenza alle Belle Arti: sulla vecchia autostazione per corriere, infatti, esiste un vincolo culturale.

Vincolo di cui il sindaco si preparebbe appunto a chiedere la cancellazione. Operazione possibile ma non rapidissima, come dimostra il caso dell’ex Teatro filodrammatico, che impiegò ben 15 anni prima di riuscire a svincolarsi dalla tutela della Soprintendenza.

La speranza della giunta, ovviamente, è che per la Tripcovich - prima Stazione centrale di autocorriere d’Italia a opera dell’ingegner Giuseppe Baldi assieme a Nordio -, servano tempi meno biblici. Se le cose dovesse poi complicarsi, ipotizza Camber - che all’epoca in cui il sindaco Riccardo Illy per primo propose di donare la sala alla Fondazione, si oppose - si potrebbe sempre perseguire la strada della vendita.

«A comprarla potrebbe essere per esempio il Conservatorio Tartini - afferma il consigliere azzurro -, utilizzando magari i fondi del ministero per usarla come sala da concerti. In ogni caso una soluzione alternativa andrà trovata: la destinazione teatrale di quella sala non sta più in piedi. Ci sono già quattro stabili in città, serve ancora un altro teatro? Ci sarà poi il pubblico che farà staccare un numero considerevole e sufficiente di biglietti? Piuttosto che farla morire su stessa, diamo più decoro alla città».

Della “rivoluzione” per la Tripcovich, Dipiazza aveva già parlato in pubblico qualche settimana fa. In quell’occasione tuttavia aveva detto: «Il teatro non è mio, lascerò decidere la cittadinanza». Resta da capire ora se darà la parola alla città o tenterà di forzare le cose, a patto che Cda della Fondazione e Soprintendenza diano il placet».

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