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La grande frenata irrompe all’assemblea dem regionale

Gli iscritti riuniti a Udine seguono la svolta. Segreteria nel mirino, la minoranza contesta ma non strappa. Prevale l’appello all’unità. Serracchiani assente per motivi personali

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UDINE. Non c'è troppa ansia di voto anticipato. Tanto meno di scissione: in Fvg, come emerso già in settimana, la minoranza del Pd contesta ma non strappa. Quello che invece emerge, ieri sera nell'assemblea dem a Udine in via Joppi, oltre all'appello all'unità, è la richiesta di un congresso regionale. Arriva non solo dai bersaniani, ma anche da qualche renziano.

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La relazione di Antonella Grim riassume inizialmente quanto raccolto nelle ultime settimane di incontri con amministratori e segretari di circoli. «Serve un cambio di passo», ribadisce la segretaria confermando la volontà di «allargamento e rafforzamento degli organi di partito» (i nuovi nomi arriveranno a inizio prossima settimana) e annunciando, oltre alla verifica dell'impatto delle riforme della sanità e degli enti locali sul territorio, forum e tavoli tematici per lavorare sul programma regionale 2018.

Quindi i primi appelli al congresso. Di Carlo Pegorer, Franco Brussa, Renzo Liva, Mauro Travanut, pure di Francesco Russo. «Un congresso serve a riannodare il rapporto con i cittadini - dice il senatore triestino -, a ridefinire il profilo programmatico e culturale di un partito». Un congresso, avverte però Coppola, che non può essere utile se fissato sotto scadenza elettorale.

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Ma sono proprio le notizie che arrivano da Roma sulla frenata su un possibile voto anticipato che alimentano la voglia di aprire una fase congressuale in cui dibattere di quello che è stato e di quello che sarà il Pd. Con Ettore Rosato che invita peraltro sin d'ora a «non continuare a buttare via i leader» e respinge lo spettro del passo indietro direzione Ds e Margherita: «Sarebbe buttare via vent'anni della nostra storia».

È un confronto quasi anestetizzato dall'impasse nazionale. Russo parla apertamente di «paralisi». Così come viene tenuta in sottofondo la mancata firma di tre dei quattro segretari provinciali (Trieste, Gorizia e Udine) sul documento antiscissionisti condiviso da 19 dei 21 segretari regionali Pd, Grim compresa, un gran rifiuto che ha creato non pochi mal di pancia.

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Non manca invece chi critica la relazione introduttiva («Un'aspirina», Sonego) e chiede una volta ancora le dimissioni di Grim (per Brussa sarebbero dovute arrivare dopo le sconfitte alle amministrative, Travanut e Pegorer propongono la revisione dell'intera segreteria). Ma non è serata da emozioni forti. Un applauso convinto lo strappa più di altri il consigliere Liva, rivendicando con orgoglio le riforme approvate in aula, provvedimenti anche su povertà, commercio e chiusure festive «che appartengono culturalmente a questo partito».

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Di Regione, in prospettiva 2018, si discute inevitabilmente. Debora Serracchiani non c'è (motivi strettamente personali, viene fatto sapere: tutti presenti invece gli assessori dem della giunta regionale), ma la presidente è nei pensieri di tutti. C'è chi, come Sonego, la accusa di «impedire la discussione su come Pd e coalizione si possono candidare alle regionali» e la invita, «dopo che ha sin qui anteposto la sua convenienza personale all'interesse generale», ad annunciare la ricandidatura.

E chi come Russo svela come nei corridoi si parli di election day e scioglimenti anticipati «che danno per certa la candidatura di Debora a Roma. Ormai è chiaro che non sarà la nostra candidata alle prossime regionali». L'alternativa? «Non vanno esclusi contributi esterni, uno schema Illy potrebbe fare al caso nostro». Sul tema Serracchiani sì o no, Rosato critica chi ha alimentato all'esterno una polemica prima del tempo.

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Fibrillazioni contenute in un'assemblea che di fatto rinvia la resa dei conti. I più sostengono l'importanza di privilegiare il ragionamento del congresso nazionale in alternativa a elezioni subito. E c’è chi ragiona sul fatto che il voto posticipato a Roma porterebbe a scadenza naturale anche la legislatura in Regione. Dando più tempo al partito per spiegare - e fare accettare meglio - riforme complesse. E organizzarsi.

«Un partito al governo e con 400 parlamentari che mantenga un minimo di intelligenza politica va a votare se serve al Paese e se ha qualche ragionevole possibilità di vittoria - dice Russo -, ma nessuno può raggiungere la maggioranza a giugno. A Debora e Ettore, per il ruolo che hanno, consiglierei un po' di prudenza rispetto a una prospettiva che in tanti, anche tra noi, pensano azzardata».

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