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«Omicidio Regeni, Al Sisi vuole i colpevoli»

Il vicepresidente della Commissione Esteri del Cairo: «Ordine del presidente alla Procura, non accetteremo di nascondere nessuno»

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IL CAIRO. Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e la dirigenza politica di quel Paese, con il sostegno del parlamento del Cairo, vogliono scoprire chi ha torturato a morte Giulio Regeni. Senza guardare in faccia a nessuno, «qualsiasi sia il posto che occupa nello Stato egiziano». Ma «per preservare le relazioni egitto-italiane», «antiche, estese e solide», occorre - sottolineano - «separare il percorso delle relazioni» stesse «da quello dell’inchiesta sul caso Regeni» che comunque «non si fermerà».

 

365 giorni senza Giulio Regeni - la videostoria

 

A un anno dalla scomparsa del ricercatore di Fiumicello, avvenuta al Cairo il 25 gennaio 2016, parla il vicepresidente della Comissione esteri del Parlamento egiziano, Tarek El Khouly. Che in alcune dichiarazioni all’agenzia Ansa rilancia l’impegno del proprio Paese per la verità. Lo stesso impegno che molti mesi fa il presidente egiziano Al Sisi in persona - con un’intervista a Repubblica - aveva preso. Un impegno a dispetto del quale in tutto questo tempo dal Cairo sono giunte mille versioni diverse dell’accaduto, più o meno lontane dai fatti.

 

Parlano i genitori di Giulio Regeni: "Vogliamo tutta la verità"

 

Almeno fino a quando - dopo un lungo lavoro investigativo degli inquirenti italiani e qualche crepa apertasi nel muro eretto dall’Egitto - sono iniziati a emergere i primi sprazzi di verità: dall’ex capo del sindacato degli ambulanti che ha affermato di essere stato lui a denunciare Giulio alla polizia perché «faceva troppe domande», a quell’ultimo video in cui si vede lo stesso uomo parlare di soldi con Giulio, Giulio che - rispondendo a colui che poi lo tradirà - dice molto chiaramente di non potere disporre di fondi per motivi personali. Insomma, «una lucina in fondo al tunnel», come l’ha definita Claudio, il papà del ricercatore, anche se «molto resta da fare».

 

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Il numero due della Commissione esteri del Cairo, Tarek El Khouly, ha 31 anni, è stato a capo del Comitato giovanile della campagna elettorale di Al Sisi tre anni fa. «In qualsiasi posto del mondo errori vengono commessi da apparati di sicurezza», dichiara El Khouly, salvo aggiungere che quello di Regeni «forse è un crimine riguardante un apparato di sicurezza egiziano, o forse no». Ma «come Parlamento e come giovani» «vogliamo la verità»: quello di «Regeni ci ha colpito profondamente perché è simile al caso di Khaled Said del 2010», aggiunge citando il «giovane egiziano ucciso dalle forse di sicurezza dell'epoca, e che è stato uno dei motivi scatenanti della rivoluzione di gennaio», quella del 2011 anti-Mubarak. «Siamo in una fase di transizione democratica, dopo una rivoluzione», ricorda il parlamentare, avvocato e già portavoce del movimento rivoluzionario “6 Aprile” da cui poi ha preso le distanze opponendosi anche ai Fratelli musulmani.

 

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El Khouly sottolinea che «in Egitto errori e crimini vengono commessi da qualche individuo delle forze di Sicurezza. Si fa luce e si portano in giudizio gli autori per eliminare il fenomeno», dice ricordando di aver «ben seguito» il caso Regeni da componente della commissione parlamentare creata sulla vicenda. «L'obiettivo» della Commissione congiunta è «svelare l'autore» del delitto: «Non accetteremo di nascondere alcuna persona».

 

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Le relazioni italo-egiziane però vanno conservate: «L’Italia è il primo partner commerciale dell'Egitto» anche se «il caso Regeni ha influito» negativamente: e «dunque abbiamo bisogno» di «chiudere il dossier» per un caso - così il parlamentare - che è stato «sfruttato in maniera politica sia in Italia che in Egitto». El Khouly annota che «l'Egitto ha cominciato a fare passi importanti» nell’inchiesta con l'azione del Procuratore generale Nabil Ahmed Sadeq. Dunque, «penso ci sia un ordine della dirigenza politica egiziana, del presidente in persona, indirizzato al Procuratore generale, di scoprire l'autore dell'uccisione di Regeni». Un ordine, un altro impegno. Un anno dopo.

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