Bono: «Meno finanza e più economia reale»

Giuseppe Bono intervistato dal direttore del Piccolo Enzo D'Antona

L’ad di Fincantieri: puntare su formazione e cultura. Si parla poco della Cina, sforna 1,5 milioni di ingegneri l’anno. Enormi le potenzialità dell’ingegno italiano

TRIESTE. Fare rete per aumentare il peso specifico delle aziende italiane nella competizione globale. È questa la lezione che arriva dall'incontro pubblico "Top 500. Le imprese del Friuli Venezia Giulia", organizzato ieri a Trieste per analizzare la performance delle aziende regionali - pubblicata nel giorno stesso dal Piccolo e realizzata dal quotidiano e Pwc, in collaborazione con Fondazione Nordest e il coinvolgimento delle Università - in una fase in cui è necessario ripensare il modo di fare impresa per non rimanere schiacciati dagli effetti della crisi internazionale.

 

Bono, ad di Fincantieri: "Enormi potenzialità italiane, puntare su formazione e cultura"

 

La strada è tracciata dall'ospite d'onore dell'evento, l'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, intervistato dal direttore del Piccolo Enzo D'Antona. Per l'ad non c'è altra strada se non accrescere le proprie dimensioni per poter reggere a livello internazionale: «In Europa abbiamo 68 società di telecomunicazioni: Cina e Usa ne hanno tre ciascuna. Se non le mettiamo assieme, non possiamo competere con simili giganti». Poi lo sguardo al settore di competenza: «Senza una cantieristica europea non possiamo competere a livello globale e lo stesso vale per l'industria dell'automobile e dell'energia».

 

 

Per Bono l'economia può peraltro facilitare la politica: «Quando parliamo di difesa comune, dico che partire da un'industria comune è più facile». Il pensiero del manager corre inevitabilmente al tentativo di acquisizione di Stx France da parte di Fincantieri, ma il commento a margine dell'incontro è cauto: «Siamo portatori di un progetto industriale corretto e giusto, valido, che ora deve essere esaminato e valutato per quello che è e per la sua portata». L'ad non manca però di sottolineare l'importanza del disegno: «Un obiettivo fondamentale per scuotere un continente che ha bisogno di essere scosso. Noi lanciamo le idee e abbiamo la determinazione per seguirle, ma siamo coscienti che non tutte le cose riescono: abbiamo anche altre strategie di riserva». Secondo Bono il nodo della dimensione delle imprese è cruciale per un paese come l'Italia, il cui tessuto economico è quasi interamente connotato da piccole e piccolissime aziende: «Il 93% ha meno di 15 dipendenti e, di queste, 4 su 5 hanno meno di 5 assunti. Mi chiedo come si possa crescere in questo modo, se il 20% delle nostre imprese crea l'89% del pil. La maggioranza di queste realtà ha problemi di successione e il paese se ne deve fare carico, perché i lavoratori hanno diritto di vedere che il proprio futuro va al di là di chi è oggi il titolare. Rispetto per chi ha creato il patrimonio di un'impresa - conclude Bono - ma questo patrimonio è del paese e va preservato».

 

 

Il presidente di Confindustria Venezia Giulia Sergio Razeto traduce in chiave regionale: «Le aziende del Fvg sono 17mila e le piccole sono l'assoluta maggioranza. Mancano però della managerialità, della capacità di internazionalizzarsi e della forza per investire sull'innovazione, che hanno realtà come le "top 500". Oggi per le pmi servono formazione delle risorse umane, investimenti sull'innovazione e soprattutto reti di impresa». Stessa logica per il ragionamento di Nicola Anzivino, partner di PwC: «Bisogna fare sistema, non possiamo accontentarci di avere dei campioni regionali: servono campioni nazionali ed europei. Per riuscirci bisogna attirare i talenti e i talenti preferiscono aziende di grandi dimensioni, dove le possibilità di crescita non siano limitate come in molte imprese familiari che sono ancora maggioranza nel Nordest».

 

Imprese Fvg, Top 500 - La ricetta di Razeto: formazione, aggregazione, innovazione

 

L'incontro è aperto da Cristina Landro (partner di Pwc), che si sofferma sui «segnali positivi in termini di salute delle imprese regionali, che producono reddito e riducono l'indebitamento: segnali non marcati ma confortanti». Silvia Oliva (Fondazione Nordest) richiama l'importanza di «riflettere sul cambiamento delle imprese in questa fase di crisi, che ha prodotto grande selezione e divaricazione tra le performance aziendali: chi riesce a trasformarsi e a crescere diventa un modello». Bono spegne però gli entusiasmi: «Da anni non si parla che di finanza e mai di economia reale. In futuro credo che torneremo molto indietro. La cultura di questo paese, l'indebitamento delle sue imprese, l'incapacità di offrire una formazione di élite e il consumismo esasperato mi rendono pessimista. La Cina intanto sforna 1,5 milioni di ingegneri all'anno: da lì si tira fuori il talento, non da qualche migliaio di nostri ingegneri, di cui molti arrivano alla laurea con difficoltà. Ma il pessimismo per il quadro attuale lo compenso con l’ottimismo per le potenzialità eccezionali dell’ingegno italiano e per la passione per il proprio lavoro che vedo per esempio in Fincantieri».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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