Sanzioni Usa contro Dodik: «Minaccia la pace in Bosnia»

Milorad Dodik, presidente dell’entità dei serbi di Bosnia

Il leader dell’entità serba del Paese inserito nella “Black List” americana: congelati i beni sotto giurisdizione statunitense. Il contrattacco: «Ne sono orgoglioso»

BELGRADO. Sulla lista di proscrizione, in compagnia di sostenitori del terrorismo, trafficanti di droga, dittatori e centinaia d’altri individui e organizzazioni che rappresentano un pericolo per la politica estera degli Stati Uniti. È questo il destino di chi minaccia la stabilità della Bosnia.

Ora lo sa bene Milorad Dodik, “uomo forte” di Banja Luka, presidente dell’entità dei serbi di Bosnia, la Republika Srpska. Dodik è stato ufficialmente inserito in una “lista nera” di Washington che include persone contro le quali gli Usa hanno deciso di imporre sanzioni.

A confermarlo è stato il Dipartimento del Tesoro Usa, che ha specificato che le sanzioni in questo caso prevedono il congelamento di sue proprietà e conti in banca che siano sotto la giurisdizione americana. Proibite anche «transazioni» tra cittadini Usa e Dodik. Al momento nelle misure non è incluso il divieto d’ingresso negli Usa, ma già a fine dicembre a Dodik era stato negato il visto diplomatico per entrare negli States.

A spiegare le ragioni della risoluzione–storica - non inedita, perché Dodik sulla lista c’era già stato nel 1995, ha svelato il Dnevni avaz - è stata l’ambasciatrice Usa a Sarajevo, Maureen Cormack, che ha usato uno strumento inusuale per una feluca, YouTube, per postare un video dedicato a Dodik.

Dodik, ha informato Cormack, è stato «indicato come oggetto di sanzioni in base al decreto 13304 del 2003», firmato dall’allora presidente Bush. Decreto che dà facoltà agli Usa di imporre sanzioni anche contro chi voglia «attivamente ostacolare gli Accordi di Dayton», quelli che portarono alla conclusione del sanguinoso conflitto in Bosnia.

E Dodik, secondo Washington, è al momento il pericolo numero uno per la stabilità e la pace. Dodik ha «sfidato» le decisioni della «Corte costituzionale», organizzando il referendum sulla giornata nazionale della Republika Srpska. Ha poi «violato lo stato di diritto».

E soprattutto «rappresenta un rischio notevole» alla tenuta degli accordi di pace, «alla sovranità e integrità territoriale» della Bosnia, col suo esprimere più volte la volontà di indire persino una consultazione sulla secessione della Rs.

La decisione Usa è stata accolta con favore da Valentin Inzko, l’Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, che ha affermato che «Dodik ha giocato col fuoco e deve affrontarne le conseguenze». «Quanto ha fatto Dodik è sbagliato, le sanzioni sono un messaggio salutare» per chi mina «la pace e la stabilità», gli ha fatto eco il membro bosgnacco della presidenza, Bakir Izetbegovic.

Non la pensano così i tanti sostenitori di Dodik che hanno difeso il loro leader, commentando su YouTube il video dell’ambasciatrice Cormack con commenti conditi da frasi come «Republika Srpska, Russia, Serbia per sempre» e «lunga vita a Dodik», seguiti da irriferibili insulti.

Ma la replica più attesa è arrivata ieri dallo stesso Dodik, che si è difeso attaccando. «Sono orgoglioso e non considero questo provvedimento come una punizione», ha dichiarato in conferenza stampa il leader di Banja Luka, sottolineando che si tratterebbe comunque di sanzioni inutili, «perché non posseggo proprietà o conti bancari negli Usa o all’estero, a parte in Serbia».

Punizioni decise solo perché Dodik ha difeso Banja Luka da chi «voleva mercificare gli interessi della Rs». Ma ora basta, ha arringato alla fine il presidente della Rs, definendo l’ambasciatrice Cormack «una nemica provata» di Banja Luka e «non benvenuta» in Republika Srpska. Le “sue” sanzioni? Una «vendetta» di chi ha perso le elezioni americane, leggi l’amministrazione Obama.

Infine, la richiesta di Dodik a Washington: richiamate la vostra ambasciatrice, «nemica comprovata dei serbi, che inviava falsi rapporti al Dipartimento di Stato». E quella ancora più forte al ministro degli Esteri bosniaco, Crnadak. La feluca “anti-serba” sia dichiarata «persona non grata» in tutto il Paese. E gli ingredienti per un’altra crisi balcanica ci sono tutti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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