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Caporalato, dal patteggiamento all’Appello

Ricorso del bengalese Ruhul e del capocantiere Rispoli contro la misura applicata dal Tribunale a sei imputati su sette

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MONFALCONE Si apre la strada verso il giudizio di merito in Corte di Appello in relazione al procedimento sul caporalato nell’appalto di Fincantieri. Si tratta di due dei sette imputati che erano stati condannati il 4 giugno del 2015 dal Tribunale di Gorizia. Lo ha decretato la Cassazione attraverso il cosiddetto “Ufficio spoglio”, a fronte del ricorso presentato dall’operaio bengalese Amin Ruhul, difeso dall’avvocato Mariarosa Platania, e Alessandro Rispoli, capocantiere alle dipendenze dei Commentale, difeso dall’avvocato Giovanni Iacono.

La sentenza di primo grado era stata pronunciata dal Collegio presieduto da Francesca Clocchiatti, a latere Nicola Russo e Gianfranco Rozze. Era frutto dell’applicazione dei patteggiamenti richiesti da sei imputati tramite i rispettivi legali e che erano stati invece negati dal precedente pubblico ministero Martorelli. Ruhul era stato condannato a 3 anni e 6 mesi, Rispoli a 3 anni e 4 mesi. I due difensori, alla luce del dibattimento, avevano impugnato la sentenza in Cassazione. Ciò chiamando in causa le modalità di applicazione del patteggiamento, al fine di verificarne la correttezza, considerando che il giudice sia tenuto a vagliare la presenza di eventuali elementi intercorsi e utili al proscioglimento. E la Cassazione, attraverso l’«Ufficio spoglio», una sorta di «ufficio filtro», ha trasmesso gli atti alla Corte di Appello di Trieste. L’udienza è stata fissata per il 9 gennaio. Per comprendere il reale significato di quanto disposto dalla Cassazione, bisognerà attendere le relative motivazioni.

Per quanto riguarda la posizione di Amin Ruhul, nel ricorso in Cassazione presentato dall’avvocato Platania veniva richiesto l’annullamento della sentenza di primo grado per violazione della legge penale poichè, per la difesa, il Tribunale non ha disposto la sentenza anche in lingua bengalese. Veniva inoltre contestata l’associazione a delinquere che il procedimento in primo grado non ha configurato in modo inequivocabile quale vincolo e disegno criminale, se non trattandosi piuttosto di un mero concorso nei reati. In rassegna anche una serie di singoli casi di estorsione mettendo in dubbio la validità dell’acquisizione delle Sit (sommarie informazioni testimoniali) rese da alcuni testi, poi sottratti al controesame nel processo, non tenendo pertanto conto del possibile trasferimento.

E ancora, le minacce per le quali, secondo l’avvocato Platania, risultavano equivoche le dichiarazioni dei testi e, in alcuni casi, non comprovate. Quanto a Rispoli, la difesa ha sostenuto nel ricorso come la sentenza di condanna sia stata carente di motivazioni, non specificando i termini effettivi delle minacce attribuite all’imputato, nè le persone rimaste vittime. L’avvocato Iacono aveva anche lamentato il «ridimensionamento» del ruolo di Muhammad Hossain Muktar, conosciuto come Mark, ritenuto invece significativo ai fini delle indagini e del processo celebrato dal Tribunale di Gorizia. L’avvocato Iacono ha osservato: «In attesa di conoscere le ragioni di questa disposizione, la Cassazione ha deciso che sia la Corte di Appello a giudicare nel merito. Di fatto si riapre il caso in ordine alle motivazioni della sentenza del Tribunale di Gorizia. Il Collegio di primo grado aveva ammesso il patteggiamento ritenendo dimostrata la colpevolezza. Ma è stata effettivamente provata in dibattimento la responsabilità del mio assistito? È ciò che dovrebbe fare a questo punto la Corte di Appello». L’avvocato Platania ha spiegato: «Ho richiesto un rinvio dell’udienza fissata al 9 gennaio per legittimo impedimento. Trovo comunque che quanto stabilito dalla Cassazione sia una buona occasione».

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