FOTO - Fossalon, terra strappata alla palude con la bonifica di uomini e donne

Dalla costruzione degli argini ai percorsi navigabili di barconi a remi riempiti di pietre e fatti affondare. Lavorarono di badili per riempire l’intera zona, poi arrivò  il riso a sconfiggere il terreno salato
 

FOSSALON. C’è un uomo che regge un sottile metro bianco in una mano: sta misurando il terreno. Ma tirando il metro è arrivato al mare, dietro le sue spalle si aprono un cielo senza nuvole e la laguna, piccole onde increspano l’acqua. Sorride alla macchina fotografica, è elegante: camicia chiara e cappello portato leggermente inclinato a destra. Nell’altra mano regge il metro rimanente quello che, ancora per qualche anno, non potrà srotolare. È l’immagine simbolo, semplice e intensa, della bonifica della Vittoria. Un’epopea di uomini e donne che fecero Fossalon. Tra il 1933 e il 1937, infatti, una vastissima area paludosa fra l’Isonzo e l’Adriatico divenne coltivabile. Qualche anno dopo quell’area prese ufficialmente il nome di Fossalon.

Dalle pieghe del racconto di Elvio Zuppet, che questa terra l’ha vissuta per tutta la vita e, insieme alla sua famiglia, ne ha raccolto la storia e le storie, ecco che risorgono persone che vanno ad animare il territorio, a riempire i campi e le case coloniche mentre scorre un racconto che li riguarda, ma allo stesso tempo riguarda anche l’agricoltura e i suoi cambiamenti.

Le donne al lavoro nei campi coltivati

Nel 1928 il Comune di Grado vendette parte del territorio interessato poi dalla bonifica all’Ente di Rinascita Agraria istituito dal fascismo che diverrà, qualche anno più tardi, Ente nazionale per le Tre Venezie. Altri terreni vennero espropriati dall’Opera nazionale combattenti su indirizzo dell’ente stesso.

E così nel 1933 iniziarono a costruire gli argini. E improvvisamente la zona si popolò di operai muniti di badili e carriole. Fra di loro il padre di Elvio. Uomini che provenivano dai paesi vicini, altri, maggiormente specializzati, dal Veneto dove c’era già stata la bonifica del Basso Piave. Ma l’intervento nascondeva numerose insidie. Una delle difficoltà maggiori riguardava i mezzi con cui raggiungere le zone più inaccessibili. Si decise di arrivarvi navigando sul fiume Isonzato con dei barconi a remi.

 

 

Barconi che oggi si trovano ancora lì. In Valle Cavanata per la precisione. Il tratto di argine più difficile da creare, infatti, coincide con l’Averto, oggi canale mezzo asciutto. Qui le maree erano indomabili e allora si decise di far affondare i barconi riempiti di pietre sulla linea di arginatura. Per farlo, racconta Zuppet, si aspettò la “Fela”, nel gergo dei marinai, la marea di quadratura che due volte al mese, per l’allineamento di sole e luna, fa si che ci sia il massimo della bassa marea. In quel punto i barconi sono andati a definire il confine fra la terraferma e il mare. Creati gli argini si dovette ricoprirli e qui gli operai si trasformarono in «virtuosi del badile». Utilizzarono zolle ricoperte di erba, trasportate dai territori circostanti, che gli uomini si vantavano di essere in grado di passare da badile a badile lanciandole. Allineati sull’argine sotto un sole intenso.

«Ancora più curioso il colpo d’occhio che dovevano dare mentre si riparavano dalla pioggia», riflette Alverio Zuppet, cugino di Elvio, ascoltando il suo racconto. Durante i temporali non c’era modo di trovare riparo se non sotto le carriole. Riponevano i loro indumenti perché restassero asciutti e andavano poi a immergersi con il cappello di paglia calato in testa nell’acqua stagnante, ma tiepida, aspettando che il cattivo tempo, la pioggia, la grandine e i fulmini passassero. Come uno stormo di gabbiani adagiati sull’acqua.

Gli argini, 22 chilometri e 600 metri, vennero creati in due anni. Un sistema complesso di chiaviche e canali insieme all’idrovora, costruita fra il 1935 e il 1936, permise di controllare il flusso e il deflusso dell’acqua sui futuri campi. Restava però il problema dell’eccessiva quantità di sale nel terreno. Ecco che nel 1937, anche allo scopo di eliminare questo eccesso, iniziò la coltivazione del riso. I nuovi campi si popolarono allora di donne al lavoro, le mondine. Tutto intorno le case coloniche, che vediamo anche oggi, il dopolavoro per gli operai, la casa Augusta e la casa Brondolo o Beccarella dove risiedevano le mondine, i magazzini... Oltre al riso, poco prima e dopo il 1937 altre varietà di coltivazioni arrivarono fra cui l’anguria. Ma Elvio ricorda anche la coltivazione del lino. È il suo ricordo da bambino - portato dal padre a vedere le allodole, che fra le piante di lino trovano uno degli habitat preferiti - a ritrovarsi improvvisamente nel presente. I piani temporali diversi si intrecciano su un territorio disseminato di tracce del passato.

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