Trieste, il molo IV trasloca in Africa: 800 senegalesi in festa FOTO

I rappresentanti della comunità senegalese al raduno del Molo Quarto (foto Silvano)

La comunità si è ritrovata in occasione della ricorrenza religiosa del Gran Magal

TRIESTE Molo Quarto, provincia di Touba, Senegal. L’appendice del Porto vecchio più vicina al centro città si è trasformata per un giorno in una minuscola porzione di Africa occidentale. Merito della comunità senegalese di Trieste, Monfalcone e Gorizia.

Non meno di 800 persone, infatti, si sono ritrovate ieri per celebrare il Gran Magal, un incontro religioso durante il quale si alternano canti e preghiere per commemorare la guida spirituale Cheikh Ahmadou Bamba, fondatore della stessa città di Touba e della Muridiyya, una delle più diffuse confraternite islamiche.

«Ci ritroviamo ogni anno per celebrare la sua figura», racconta Bassirou Niang, trentaseienne senegalese che vive a Trieste dal 2009. Nel 1895 i francesi arrestarono ed esiliarono Ahmadou Bamba in Gabon.

Il leader religioso fece ritorno in patria soltanto nel 1902. Ed è proprio per ricordare questo suo sacrificio che i senegalesi organizzano ogni anno una grande festa.

«”Magal”, in lingua wolof, significa proprio rendere omaggio - spiega Niang -. L’esilio di Ahmadou Bamba coincide con l’inizio di un intenso cammino spirituale che l'ha avvicinato a Dio». Omaggio, giubilo e culto sono i tre elementi che riassumono il senso del Gran Magal.

La natura di questa ricorrenza è palesemente religiosa, anche se la preghiera diventa un’occasione per ritrovarsi come comunità e per dare acqua alle comuni radici senegalesi. «Sento forte il senso di appartenenza al Senegal - così Abdou Mbaye, ex operaio della Sertubi, attualmente in cassa integrazione -. Al tempo stesso, però, mi sento triestino. Le mie due figlie, Aicha e Awa, sono nate a Trieste. Questa città mi ha accolto, mi ha regalato la tranquillità e anche molte amicizie».

Talla Gassama veste il “grabubu”, un abito tradizionale. In Italia da ventisette anni, Gassama vive a Medea e da otto mesi ha ottenuto la cittadinanza italiana. La sua storia è molto simile a quella di tanti altri senegalesi che si sono integrati alla perfezione e che hanno deciso di vivere in questo angolo di Nordest.

«Siamo una comunità che vuole aprirsi alla città - conferma Youssou Beye -. Manteniamo degli ottimi rapporti anche con i rappresentanti delle altre confessioni religiose e nella vita di tutti i giorni ci troviamo a lavorare in ogni settore produttivo di questo territorio, dalla fabbrica all’università».

«Assalamu alaikum», saluta in lingua araba i presenti un rappresentante della comunità senegalese: «La pace sia su di voi». Davanti a lui, accovacciati sui tappeti che sono stati stesi al centro della grande sala, alcune centinaia di fedeli rispondono al saluto: «Wa alaikum assalaam».

Ibra e Abdou sono nati in Italia e hanno rispettivamente dodici e undici anni. Gironzolano per la sala come farebbe qualsiasi ragazzino della loro età. «A casa utilizziamo molto spesso il wolof - spiegano - ma con gli amici parliamo il triestino».

Mben, invece, ha tredici anni e indossa il “col”, un velo che le copre i capelli e che le lascia scoperto il dolce viso. Veste un lungo abito tradizionale dal quale ogni tanto fa uscire, da perfetta adolescente, uno smartphone. «Un po’ preghiamo - precisa timidamente - e un po’ chiacchieriamo fra amiche. Con le nostre compagne di classe, invece, ci scriviamo su WhatsApp».

Oltre mille senegalesi in festa a Chiarbola

Dalla cucina, intanto, iniziano ad arrivare senza sosta decine e decine di vassoi. Contengono “ceb” e “uyap”, riso e carne, piatto tipico del Senegal. Bintu Fall è un’operatrice sanitaria che lavora alla Casa Bartoli e vive a Trieste da quasi vent’anni. Ha iniziato a fare la spesa martedì scorso e si è messa ai fornelli venerdì mattina. In cucina è lei che comanda e che fa filare su e giù decine di giovani maschi. «Abbiamo cucinato cento chilogrammi di riso basmati - spiega - ottanta polli, quattrocento chilogrammi di carne di pecora e un quintale di verdure».

La carne di maiale e le bevande alcoliche, ovviamente, sono bandite. Nel frattempo si sono formati decine di cerchi con cinque o sei persone, tutte strette attorno a un vassoio pieno di cibo. Si mangia con le mani, impastando il riso e le verdure insieme a una salsa, molto piccante, fatta con la senape, il peperoncino, l’olio extravergine d’oliva e un dado senegalese chiamato “gumbo”.

In cucina regna il caos. I vassoi escono pieni di cibo e fanno rientro, dopo pochi minuti, completamente vuoti. Quello che a prima vista appare un moto confuso, in realtà è un frenetico viavai organizzato: nessuno, infatti, rimane a bocca vuota. Dieynaba Mbacke, mediatrice linguistica che vive in Italia da ventuno anni, serve il “caffè Touba”, la bevanda nostrana alla quale è stato aggiunto il “giar”, una spezia che è molto simile al chiodo di garofano. «Dicono che migliori la vista», sorride Dieynaba. «Sembra che abbia anche delle proprietà afrodisiache», sussurra a bassa voce Zozo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Risotto Queen Victoria, Derflingher: "Per questo piatto la regina Elisabetta ha rotto il protocollo"

Insalata tiepida di cous cous con ceci neri, cipollotti e tonno

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi