Affitto al Consolato d’Italia: Capodistria non lo rinnova

La sede del consolato generale d’Italia a Capodistria a palazzo Vianello

La rappresentanza diplomatica sfrattata da palazzo Vianello. La console: "Non me ne vado, arrivi pure la polizia"

CAPODISTRIA. Sfrattato. Poi riabilitato grazie al pagamento di una pigione più cara. Ora di nuovo “in strada”. È la vicenda kafkiana del Consolato generale d’Italia a Capodistria sito a palazzo Vianello. Il Comune di Capodistria, infatti, non ha rinnovato il contratto di affitto alla rappresentanza diplomatica italiana, contratto scaduto il 15 novembre scorso.

Svista burocratica o malcelati interessi privati nel mancato rinnovo? E soprattutto, il sindaco Boris Popovic che si rimangia la parola data solo qualche mese fa. Sta di fatto che la console Iva Palmieri, che nel merito della situazione evita di dare qualsiasi dichiarazione, avrebbe deciso di non lasciare le stanze del palazzo fino a quando non verrà la polizia.

Una tragicommedia dai risvolti popolari o un caso diplomatico internazionale? Ricordiamo che palazzo Vianello, nazionalizzato dalle autorità jugoslave nel 1954 alla famiglia proprietaria dell’immobile venne, il 28 agosto del 1957, ridato in qualche modo all’Italia in quanto lì si insediò il primo console generale d’Italia in Jugoslavia, Guido Zecchin.

È lapalissiano che di fronte a un simile retaggio storico e con la presenza della minoranza italiana nell’Istria slovena il caso diventa assolutamente internazionale e si sposta sulla linea dei rapporti fra i governi di Roma e Lubiana.

La console che, come detto, non rilascia dichiarazioni, ha già relazionato alla Farnesina sullo stato dei fatti, fatti di cui è a piena conoscenza il ministro plenipotenziario De Luigi.

Ma che l’intera vicenda assuma l’odore del “giallo” o la “puzza” del sospetto viene in qualche modo avvalorato dal comportamento del sindaco di Capodistria Boris Popovic il quale si è addirittura spinto, qualche giorno fa, a far fare anticamera, senza poi riceverlo, all’ambasciatore italiano in Slovenia, Paolo Trichilo.

E c’è già chi maligna, beccandosi la smentita e l’ira del primo cittadino di Capodistria, avanzando l’idea che la spiaggetta e il bar di fronte al consolato italiano gestito dalla moglie e dalla figlia di Popovic, così dicono, potrebbero costituire il punto di partenza per creare un nuovo polo alberghiero.

Già nel precedente ventilato sfratto si sono mobilitate tutte le forze politiche e sociali del Litorale per far recedere Popovic dalla sua volontà. Il problema è che Popovic è sostenuto politicamente da una lista indipendente e che, quindi, poco ha da spartire con il potere centrale di Lubiana.

Quindi i passati appelli rivolti sia al governo che al presidente della Repubblica, Borut Pahor sono caduti nel nulla. Nonostante ci siano precisi vincoli internazionali che non danno al Comune di Capodistria mano libera relativamente alla rappresentanza diplomatica italiana.

Resta, alla fine di tutta questa vicenda, un interrogativo: se in Slovenia prevale l’autorità del ministero degli Esteri o quella del sindaco di Capodistria.

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