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Quei traffici verso l’Europa che passano per Trieste

La via marittima ha una rilevanza, ma la maggior parte degli ingressi avviene via terra

di Stefano Bizzi
2 minuti di lettura

«La rotta balcanica è piena di armi». Marco Lombardi, esperto di terrorismo, professore di Gestione del rischio alla Cattolica di Milano lo aveva sottolineato già nel novembre del 2015. Trieste e Gorizia non sono più la frontiera dell’Ue dal 2007, ma nell’era di Schengen rimangono fra le porte d’accesso privilegiate per l’Occidente. I traffici di armi - oltre che di esseri umani e di droga - passano dal Nordest. La Rotta balcanica, chiusa ai profughi in fuga dal Medio Oriente, non si è invece mai interrotta per chi commercia in fucili e droga. E fra i naturali sbocchi del corridoio balcanico c’è Trieste, più che Gorizia. Da sempre il capoluogo regionale ha fatto da cerniera naturale tra Est e Ovest. La conformazione geografica del territorio agevola chi vuole entrare senza farsi notare. E per le forze dell’ordine tenere tutto sotto controllo non è semplice. E tuttavia sono diversi i sequestri effettuati: dal carico di armi proveniente con ogni probabilità dal Montenegro intercettato dalla Finanza nel 2011 dopo essere transitato per Fernetti al piccolo arsenale individuato appena qualche settimana fa a Pese in un’auto slovena, solo per fare qualche esempio.

Anche se la via marittima ha una sua rilevanza, la maggior parte dei traffici avviene via terra e da qui prende le direzioni più disparate. «Da Trieste si entra in Europa. Ci si arriva direttamente da Zagabria», dice una fonte accreditata. Con la frontiera Ue spostata in Slovenia, la polizia italiana può svolgere solo controlli di retrovalico. «Con gli sloveni ci sono trattati di cooperazione e il rapporto è ottimo», assicura il questore di Gorizia Lorenzo Pillinini che poi aggiunge: «Ai miei dico sempre che devono stare sempre attenti perché possono fermare persone che vanno a mangiare il pesce o a giocare ai casinò, come anche persone che vanno in un santuario della jihad. Non si può mai sapere cosa passa». «Trieste è sempre stato luogo di passaggio e mai di permanenza – precisa il vice questore vicario di Trieste Paolo Gropuzzo -: prima era con la Jugoslavia, ora con la Polveriera balcanica, definizione vecchia ma ancora attuale. La nostra è una frontiera dove si fanno tante attività investigative, ma, appunto, dove è difficile che le cose rimangono, sia per quanto riguarda le armi sia per quanto riguarda gli stupefacenti».

Che per Trieste possano passare armi di ogni tipo lo ha messo in evidenza anche un recente servizio delle “Iene” tv, alle quali un trafficante nei Balcani aveva consigliato proprio di passare per il capoluogo regionale. Nel caso documentato dalle Iene, la rotta ha toccato la frontiera di Slavonski Brod, tra Bosnia e Croazia, per poi passare da Maribor, Lubiana e infine Trieste. Ed è probabile che dal Fvg siano transitati anche alcuni dei Kalashnikov utilizzati nella strage del Bataclan. Di certo, dai numeri di matricola è stato scoperto che gli Ak-47 usati negli attentati di Parigi erano stati prodotti in Serbia tra il 1987 e il 1988 nella fabbrica Zastava di Kragujevac. Al disfacimento della Jugoslavia le armi sono, probabilmente, cadute nelle mani dei trafficanti o di associazioni criminose che poi le hanno affittate ai terroristi.

«Le armi scottano, nessuno ha interesse a tenersele – racconta un esperto -. Una volta in Italia ci restano, non tornano indietro ma si “affittano” per il bisogno e poi si restituiscono alle organizzazioni criminali che sono in grado di nascondere gli arsenali». Al netto dei sequestri di residuati non inertizzati o di armi trasportate illegalmente per vizi di forma amministrativa, come il caso dei quasi 800 fucili a pompa Winchester scoperti lo scorso anno nel Porto di Trieste dentro un Tir proveniente dalla Turchia e diretto in Belgio, rimane l’attenzione alta delle forze di polizia. All’indomani di quel sequestro, Marco Lombardi aveva notato: «Mi fa piacere che ci sia adesso quest'attenzione. Benché si tratti di un carico che secondo me nulla a che fare con un circuito illegale di armi, questo fatto ci fa capire però che se insistiamo per cercare il vero mercato illegale delle armi, il vero circuito nel quale le armi si muovono, in questo caso nella direzione dei foreign fighters del Belgio ad esempio, riusciamo a finire in quel collo di bottiglia nel quale si possono intercettare le armi e con le armi le persone potenzialmente pericolose».

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