Mamme con figli piccoli tra i profughi a Fernetti

Ferroz Hamad con i figli Athena di 4 anni e Mustafa di un anno e mezzo

Inserite per la prima volta nel sistema dell’accoglienza le famiglie con bambini. Spazi gioco tutti per loro ricavati nell’ex caserma ribattezzata “Casa Malala”

TRIESTE L'accoglienza che (forse) funziona ha il sorriso di un bimbo e quello di un padre. Di un bimbo che gioca, come fanno tutti i bimbi, e di un padre che lo guarda. Come fanno tutti i padri con i loro piccoli. Hanno visto questo, i rabbiosi abitanti di Fernetti? Gente stanca di trovarsi, ogni giorno e ogni ora, «profughi che camminano per strada». È un mattino fresco e soleggiato a “Casa Malala”. Giovanotti vispi che si fanno la barba e sistemano la stanza dandoci di scopettone. Camerette da due o tre brande, con bagno e doccia. Arredi nuovi. Più in là, in un’aula, si studia l’inglese e l’italiano. «Io ho, tu hai, lui ha...», è il coro, un po’ stentato, che si sente da fuori. Con quel “lui” che ha preso il posto dell’“egli” che tutti abbiamo imparato alle elementari. Più colloquiale, più adatto ai giorni nostri, deve aver pensato l’insegnante prima di entrare nello stanzone dove ad attenderlo c’è una ventina di afghani e pachistani. Seduti al loro posto, in ordine, come a scuola.

 

Una delle famiglie ospitate a Fernetti (Foto Silvano)

 

C’è una certa allegria qua, alla “Malala”. È l’ex caserma della Guardia di Finanza che la Prefettura ha deciso di riconvertire in una struttura capace di dare ospitalità a novanta migranti. Sono stati spostati dal camping vicino. La contrarietà dei residenti, una settantina in tutto, non è mancata. Molti, si sa, non li vogliono. Ma chi si aspettava un posto grigio, magari maleodorante - tanto per restare nei luoghi comuni - con file di extracomunitari stipati in camere a non far nulla, deve davvero ricredersi.

 

 

Sì, aleggia allegria qui dentro. Fuori si fuma la sigaretta o, come fa quel ragazzone seduto sui gradini, si ascolta musica con l’iPhone. Hanno installato pure il wifi. È la Caritas a occuparsi dei pranzi e delle cene con un servizio di catering ad hoc distribuito in una sala adibita a mensa. Ma presto, non appena sarà pronta la cucina, le pietanze saranno preparate direttamente sul posto. Tre piani in tutto, occupati prevalentemente da camere da letto, uffici amministrativi e da spazi in cui organizzare corsi e attività. O dove, perchè questa è la novità di Casa Malala, metterci i bimbi con i giochi.

Ferooz Hamad ha venticinque anni. È afghano. È qui con la moglie di ventiquattro e due figli: una di quattro, Athena, e un altro di un anno e mezzo, Mustafa. Sono a Trieste da un paio di settimane. Per fuggire dalla miseria e dalla violenza del loro Paese hanno percorso la rotta balcanica, come migliaia di connazionali. Della loro storia si sa ancora poco. «Sono riservati - dice un operatore dell’Ics - devono ancora abituarsi a noi, devono imparare a fidarsi, cerchiamo di lasciarli in pace». Ferooz Hamad, il giovane padre, in effetti è di poche parole: «Stiamo bene, siamo contenti di stare qua», mormora. Non è l’unica famiglia ospitata nell’ex caserma insieme al resto dei novanta ragazzi che alloggiano nell’edificio. Oltre a questa, afghana, ce n’è una serba appena arrivata. Con quattro figli.

 

 

L’accoglienza di interi nuclei, con mamma, papà e bambini, è una vera e propria sfida che l’Ics, la realtà che insieme alla Caritas è in prima linea nella gestione del flusso di migranti, ha voluto intraprendere. Una linea caldeggiata dalla Prefettura in questi ultimi mesi.

«Il nostro obiettivo - spiega il presidente dell’Ics Gianfranco Schiavone - è aprire le nostre strutture a sempre più famiglie. Questa modalità consente di favorire l'integrazione con il territorio. L'intenzione è che Trieste non sia soltanto un luogo di passaggio, ma diventi una città in cui queste persone possano ricominciare una nuova vita. È per questo motivo che, dopo un periodo di permanenza qui, per tutti si apre la possibilità dell’accoglienza diffusa, cioè in normali appartamenti che si trovano in centro».

I bambini della “Malala” saranno presto iscritti a scuola: il primo vero aggancio con il mondo fuori. Un passo verso l'inserimento nelle dinamiche della nostra società per cui si batte l'Ics. Un ponte per l'ntegrazione, appunto.

«Come per tutti, si punta a ottenere il riconoscimento della protezione internazionale - aggiunge Schiavone - per iniziare un percorso di autonomia». Alcuni partecipano anche ad attività di volontariato all'esterno della struttura, compresa la pulizia dei sentieri circostanti. Il Comune di Monrupino, ad esempio, si sta già avvalendo di un gruppo di migranti per tenere aperto il museo del Carso, in paese. Funziona.

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