L’offensiva degli albergatori contro i “furbetti” degli affitti

Turisti a Trieste

Nel mirino della categoria l’offerta di appartamenti messi sul web attraverso il circuito Airbnb: «Abusivismo dilagante. In molti non pagano le tasse». La replica: «Attacchi superati e frustranti»

TRIESTE. L'offerta turistica “alternativa” continua a crescere e Federalberghi mette nel mirino Airbnb, le cui inserzioni, solo a Trieste, sono cresciute nell'ultimo anno del 3,8%, arrivando a toccare i 460 annunci relativi ad appartamenti e camere.

 

 

Il fenomeno desta preoccupazione fra i gestori tradizionali, che vedono nell'esercito degli host 2.0 una seria minaccia, tanto che la presidente di Federalberghi Trieste, Cristina Lipanje, non usa eufemismi: «L’abusivismo ricettivo abita anche a Trieste ed è in crescita. Spesso gli host di Airbnb non chiedono alcuna licenza al Comune, non registrano gli ospiti in Questura ed evadono il fisco». Secondo Lipanje, il fenomeno «è legato a dinamiche tutt’altro che occasionali: ci sono host che gestiscono su Airbnb anche trenta appartamenti, alcuni propri, altri per conto di clienti. Il 53% degli annunci riguarda non a caso intere abitazioni, disponibili per buona parte dell'anno». Un allarme condiviso anche dai vertici nazionali della categoria. «La situazione - ha affermato pochi giorni fa Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, - ha raggiunto livelli talmente di guardia da generare il dilagare indiscriminato dell'evasione fiscale e del lavoro nero».

 

 

Ciò su cui più insistono gli albergatori è che Airbnb sia diventato un sistema: «Sfatiamo che si tratti di forme integrative del reddito, considerato che sono attività economiche a tutti gli effetti, con inserzionisti che gestiscono più alloggi e pertanto “professionisti” del sommerso. Da qui l'assoluta necessità - conclude Lipanje - di intensificare i controlli per stoppare il fenomeno che, oltre a danneggiare tutta la filiera turistica che opera in un contesto di professionalità e trasparenza, anche sotto il profilo fiscale, non offre alcuna tutela e garanzia ai consumatori».

Airbnb, il colosso mondiale di cui Brian Chesky è Ceo e cofondatore, si difende attraverso il proprio ufficio stampa, che ricorda come «la grande maggioranza degli host italiani sono privati e non operatori professionali: per questo non hanno di solito necessità di richiedere licenze ai Comuni. È frustrante vedere continuamente attacchi contro nuove forme di turismo che consentono ai cittadini di integrare il proprio reddito. Il tipico host di Airbnb in Italia guadagna 2.300 euro condividendo i propri spazi per 26 giorni all'anno e l'87% dei nostri host pubblica solamente uno o due annunci. Lo scorso anno sono stati ospitati più di 3,6 milioni di viaggiatori, con un impatto di 3,4 miliardi».

 

 

Sull'evasione fiscale, Airbnb sottolinea invece di non avere responsabilità: «È un dovere dei singoli host ed è evidentemente molto imprudente non dichiarare le tasse quando si usano pagamenti elettronici tracciati e si mettono online le foto di casa e i propri recapiti». Sul fronte del rispetto dei regolamenti, l'accento è posto sull'impegno a «non essere solo punto di incontro fra domanda e offerta, ma svolgere formazione per i nostri iscritti, che sensibilizziamo sulla necessità di conoscere e applicare le norme regionali».

Se Federalberghi punta il dito su Airbnb, gli albergatori sfumano il giudizio. È il caso di Alessandro Benvenuti, amministratore delegato del gruppo che controlla l'Hotel Duchi d'Aosta: «Airbnb non fa qualcosa di sbagliato in sé ma si limita a far incontrare domanda e offerta: gli errori sono al massimo dei singoli host. Il punto è allora disciplinare un tipo di offerta alberghiera che sta esplodendo in tutto il mondo e che risponde al mercato: e dopo le regole servono controlli severi, come per gli alberghi».

Stefano Stern, proprietario dell'Hotel Milano, la pensa in modo simile: «Non si può accusare un singolo che mette l'appartamento in affitto su Airbnb, ma c'è anche chi si approfitta e fa il business del secolo, affittando 5 o 10 appartamenti. Il problema non è Airbnb ma il sistema dei bed & breakfast, con molti gestori che lavorano da anni in modo abusivo e senza rispetto per le regole».

 

 

Un rispetto che viene chiesto anche dalla controparte, come fa Chiara Marchi, direttrice del sito missclaire.it: «Sto per aprire il mio appartamento Airbnb, che sarà affittato come casa vacanza, rispettando ovviamente tutte le norme comunali. Pagherò una percentuale ad Airbnb e una tassazione fissa del 20% sul reddito. L'onestà spetta al singolo host e capisco la posizione di Federalberghi: la concorrenza sleale di chi non rispetta le regole e non paga le tasse, applicando quindi prezzi inferiori, danneggia anche gli altri host di Airbnb».

Francesca Pappalardo, maestra d'asilo, invita a non confondere i furbi con chi come lei usa il sistema per arrotondare: «Affitto l'appartamento una settimana al mese, non garantendomi nemmeno l'intera copertura delle spese annue di gestione. Airbnb è un'opportunità da valorizzare perché viaggi senza essere limitato a una camera d'albergo, ma usufruendo di un intero appartamento, con le comodità che ciò comporta».

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