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Borsa di Sarajevo, nasce l’indice islamico

Per le società che rispettano i dettami del Corano e non vogliono business “immorali”. Obiettivo, attrarre capitali arabi

di Giovanni Vale
2 minuti di lettura
L'ingresso della Borsa di Sarajevo 

ZAGABRIA. Le aziende bosniache che rispettano i dettami del Corano hanno ora il loro indice azionario. La Borsa di Sarajevo ha introdotto infatti il Sasx-Bbi, il primo "indice islamico" dei Balcani, strumento che permetterà ai musulmani che vogliono investire "eticamente" di farlo in tutta sicurezza. Le compagnie quotate all'interno del Sasx-Bbi rispettano infatti tutti i principi del Corano e i dettami della giurisprudenza islamica: non trattano alcol, tabacco o carne di maiale, non si occupano di pornografia o gioco d'azzardo (ma nemmeno di musica e di film) e non lavorano nella finanza (la gestione dei tassi d'interesse non è consentita dalla dottrina più ortodossa). Si tratta insomma di aziende "halal", “lecite” per i credenti che non vogliono commettere peccato partecipando a business "immorali".

Per ora la nuova lista borsistica conta solo 25 titoli (su un totale di 400 compagnie quotate a Sarajevo), ma i promotori dell'iniziativa promettono un forte aumento degli investimenti per chi figura nell'indice islamico. A lanciare il Sasx-Bbi sono state la Borsa di Sarajevo (Bosnia's Sarajevo Stock Exchange, Sase) e la Banca internazionale di Bosnia (Bbi), fondata nel 2000 come «la prima banca europea che opera sulla base dei principi della finanza islamica». Lo stesso direttore della Bbi, Amer Bukvic, ha detto che «con questo indice stiamo mettendo la Borsa di Sarajevo e le sue compagnie nella mappa degli investitori strategici globali». Nei prossimi 3-5 anni - immagina Bukvic - ci sarà un aumento «significativo» degli investimenti in Bosnia da parte dei paesi del Golfo.

Al di là delle disquisizioni morali l'obiettivo dell'indice è infatti quello di attirare nuovi capitali, che proverranno più facilmente dall'estero che dalle tasche dei bosniaci, i quali saranno anche musulmani al 50% (censimento 2013) ma sono i più poveri dell'ex Jugoslavia, Kosovo escluso (se si considera il Pil pro capite).

L'idea di attirare i capitali arabi non è peraltro nuova in Bosnia, dove il numero di turisti provenienti dai paesi del Golfo è passato dai mille del 2010 ai 50-60mila di oggi, secondo dati Reuters. Parallelamente, sono cresciuti anche i progetti immobiliari finanziati dai fondi arabi, portando nel 2014 alla costruzione del Sarajevo City Center, il più grande centro commerciale del paese, e, meno di un mese fa, alla posa della prima pietra della "Buroj Ozone City", un progetto da 2,3 miliardi di euro che farà nascere a Trnovo (30km a sud di Sarajevo) «la più grande città turistica dell'Europa sudorientale». A questo complesso di ville e appartamenti di lusso, da completarsi entro il 2020, si aggiungeranno i risultati degli accordi firmati in maggio tra la delegazione dell'Arabia saudita e il governo bosniaco e che prevedono, ad esempio, l'edificazione di una nuova biblioteca nell'università di Sarajevo (grazie a una donazione di 22 milioni di dollari) e la ricostruzione delle infrastrutture di Gorazde, per un totale di 6 milioni di dollari (questa volta prestati, precisa il portale Birn).

L'indice islamico, che si propone di favorire le iniezioni di capitale "nei settori dell'agricoltura, del turismo, della metallurgia e dell'energia" è dunque già in buona compagnia. Non mancano tuttavia le voci critiche, come quella di Mehmed Ganic, titolare di una cattedra di economia all'Università internazionale di Sarajevo. «C'è sicuramente un interesse da parte dei paesi del Golfo, ma l'ambiente commerciale, le infrastrutture legali e il contesto economico in Bosnia non sono favorevoli agli investitori stranieri», afferma Gani„, che ricorda come tra i primi dieci paesi per investimenti esteri diretti in Bosnia figurino soprattutto i paesi vicini (Croazia, Serbia e Austria) e non (ancora) quelli del Golfo.

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