Messaggi jihadisti su Facebook: espulsi cinque macedoni a Ronchi

Combattenti dello Stato islamico

Residenti nell’Isontino, erano sotto osservazione della Digos da due anni. No del Gip a misure cautelari. Il Procuratore generale di Trieste Mastelloni: «Speriamo che non tornino in Italia sotto mentite spoglie»

TRIESTE. Video, messaggi, documenti a favore dei tagliagole dello Stato Islamico postati su Facebook. Gioia incontenibile manifestata dopo attacchi terroristici di matrice islamica. Incitamento al martirio e alla jihad. E contatti con imam radicali nei Balcani. Per tutte queste ragioni cinque cittadini macedoni, residenti a Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia, sono stati espulsi dall’Italia con un decreto del ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

 

 

Espulsi per «motivi di sicurezza nazionale», ha specificato ieri sera Alfano, annunciando la cacciata dei cinque dal loro Paese d’adozione. Cinque che erano da almeno due anni sotto osservazione da parte della «Digos di Trieste e della Procura della Repubblica» del capoluogo giuliano, coadiuvate nelle indagini dalla Questura di Gorizia. Ai macedoni sarebbe da attribuire un’intensa attività di propaganda filo-Isis, messa in atto attraverso la diffusione via Facebook di «innumerevoli video e documenti a sostegno dell’autoproclamato Stato Islamico», ha aggiunto Alfano. Dietro l’attività di propaganda, un macedone di 28 anni, due fratelli di 28 e 31, il loro padre, di 52, e la moglie poco più che trentenne di uno di loro. Cinque stranieri accomunati, secondo Alfano, dalla passione per l’Isis.

 

È stato infatti provato che avevano «esternato la loro esultanza in occasione dei recenti attacchi terroristici compiuti in Europa e avevano giustificato le azioni dei miliziani dello Stato Islamico, anche le più crudeli, come le torture e le esecuzioni». Per due dei cinque in Italia si sarebbe dovuto contestare il reato di «atti di apologia in relazione a delitti di terrorismo commessi attraverso strumenti informatici». Ma il Procuratore di Trieste, Carlo Mastelloni, ha rivelato all’Ansa che «l’indagine giudiziaria» si sarebbe arenata a causa del «vaglio critico del Gip, che non ha ravvisato la sussistenza degli indizi idonei a configurare il reato». Leggi, troppo pochi i riscontri per giustificare le misure cautelari. Da qui la decisione di espellerli dall’Italia, la «strada più agile» per liberarsi, parola di Alfano, di cinque «fanatici seguaci del Califfato». Fanatici che più volte avevano anche «parlato dell'imam e della comunità islamica locale» con disprezzo. Troppo "moderati" e aperti agli influssi occidentali, la loro colpa.

 

 

Da questo sarebbero nati fortissimi contrasti con altri fedeli musulmani del luogo. Fanatici emigrati a Ronchi che, a causa dei loro passaporti macedoni, fanno sospettare anche l’esistenza di un filo rosso che legherebbe una “quinta colonna” di radicali islamici in Italia e in Europa con i vicini Balcani. Balcani dove nei mesi scorsi sono rientrati «alcune centinaia» di jihadisti originari della regione, di cui 72 nella sola Macedonia, partiti in passato per combattere in Siria e Iraq, ha scritto in un recente rapporto il think tank Analytica. Pericolosi «returnees» che potrebbero prima o poi decidere di «colpire in patria», ma anche di agire «con attacchi in Europa», hanno avvertito gli analisti. Stesso discorso per Bosnia (almeno 300 reclutati), Kosovo (circa 300) e Albania (più di 100). Bosnia dove operava anche l’imam salafita Bilal Bosnic, condannato in patria a sette anni di carcere per attività terroristiche.

E con predicatori balcanici di tal fatta – e con foreign fighters macedoni partiti dall’Italia - avrebbero stretto contatti i cinque espulsi. Il problema del radicalismo e del sottobosco jihadista è serio, spiega al Piccolo Zoran Dragisic, esperto di intelligence e profondo conoscitore della questione Isis nei Balcani. «Abbiamo reclutatori in Bosnia, nel Sangiaccato in Serbia, in Kosovo, Macedonia, Albania, che hanno inviato in Siria e Iraq un migliaio di giovani», descrive Dragisic. Reclutatori che avvicinano giovani nei Balcani e all’estero, in particolare bosniaci, kosovari e macedoni albanesi, elementi «della diaspora in Austria, in Germania, Belgio, Lussemburgo e Regno Unito».

Diaspora che «al 99,9 per cento è composta da ex “Gastarbeiter” e da persone in cerca di lavoro, ma ci sono anche quelli che vengono influenzati da imam radicali». Malgrado i numeri limitati, la questione rimane preoccupante, come conferma il caso Ronchi dei Legionari. Ronchi da dove i cinque macedoni sono stati portati a Roma e da lì Macedonia, in aereo e sotto scorta internazionale. Con la speranza - l’auspicio venato di amarezza del procuratore Mastelloni - di non ritrovarli in Italia, «sotto mentite spoglie, tra qualche mese».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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