Già liberi in Macedonia i 5 presunti jihadisti di Ronchi dei Legionari

Appena arrivati all’aeroporto di Skopje gli espulsi dall'Italia sono stati interrogati e rilasciati: nessun elemento forte a loro carico, disposto solo un «monitoraggio»

TRIESTE In Italia, additati come esaltati propagandisti dell’ideologia dell’Is e per questo espulsi. In patria, in Macedonia, subito liberati dalle autorità locali perché non considerati un pericolo. È stato questo il destino dei cinque macedoni cacciati da Ronchi dei Legionari e dall’Italia con decreto del ministro degli Interni, Angelino Alfano, perché sospettati di essere «fanatici seguaci del Califfato». Skopje l’ha vista assai diversamente da Roma.

Che i cinque siano di nuovo liberi è stato rivelato al Piccolo da Dejana Nedeljkovic, portavoce del ministero degli Interni macedone. Gli espulsi «sono arrivati in Macedonia il 2 ottobre», intorno alla mezzanotte, «atterrando all’aeroporto di Skopje su un volo Alitalia da Roma», ha precisato.

Lì, negli spazi riservati alla polizia di frontiera, sono stati sottoposti a «un colloquio informativo con funzionari del ministero degli Interni macedone dopodiché hanno avuto il permesso di entrare in Macedonia, sono stati liberati», conferma la portavoce. Che non fornisce ulteriori dettagli: «I cinque non sono stati condannati» per alcun crimine in Macedonia e «non è possibile rendere pubblici i loro nomi». «Non posso parlare a nome del governo italiano per quanto riguarda i sospetti nei loro confronti», chiosa Nedeljkovic.

Ma all’esplosiva notizia in arrivo dai Balcani nessun commento ufficiale è arrivato dal ministero degli Interni che, contattato più volte, si è limitato a precisare che la responsabilità italiana finisce al momento dell’espulsione. Il seguito dipende dal Paese d’origine degli espulsi.

Commenta invece la notizia della liberazione dei cinque, e duramente, il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Massimiliano Fedriga, parlando dell’«ennesima presa in giro del nostro ministero dell’Interno». Che «ci ha raccontato che in Italia non c’erano jihadisti, che comunque se c’erano si interveniva immediatamente. In realtà – prosegue al telefono Fedriga – la soluzione è assolutamente falsa, perché c’è da augurarsi, come ha dichiarato il procuratore di Trieste, che non tornino in Italia con altre identità».

«Il governo – chiosa Fedriga - deve cambiare le norme e mettere vincoli ben precisi su come procedere con le indagini, senza concedere più discrezionalità ma pretendendo chiarezza quando c’è l’ipotesi di reato e impedendo a queste persone di circolare e ritornare».

«Fedriga dimentica che la Lega quando era al governo ha tagliato con l’accetta risorse e mezzi alle forze dell’ordine. È il governo Renzi che ha ripristinato quelle risorse, ed è anche per questo che gli organi di polizia, assieme alla magistratura, riescono a svolgere un ruolo di monitoraggio eccellente», ribattono la segretaria regionale del Pd Antonella Grim e il segretario del Pd isontino Marco Rossi: «È proprio perché i controlli sono efficaci e il nostro Stato è sano e funziona che vengono individuati e colpiti terroristi o individui legati a simili realtà. E su questo noi riponiamo la massima fiducia».

Comunque «nessuna sorpresa» per i cinque liberati tra gli ambienti investigativi triestini, ha specificato un dispaccio Ansa. Nessuna, perché il provvedimento di Alfano sarebbe basato su comportamenti secondo «un parametro italiano», prescindendo da reati effettivamente commessi e tenendo solamente conto di un potenziale rischio per la sicurezza. Se rientrassero in Italia i cinque non sarebbero neppure arrestati, in assenza di provvedimento restrittivo nei loro confronti. Al limite, sarebbero denunciati ed espulsi di nuovo.

Ma chi sono, questi potenziali “jihadisti della Bisiacaria” con passaporto macedone? La Rai regionale ha rivelato ieri alcuni nomi del gruppo. Si tratterebbe di Sabrija Usoski, 28 anni, il più radicale fra i cinque. Con lui sono stati cacciati anche il suocero di Sabrija, Bakar Mustafoska, 52 anni, e due suoi cognati, Sadmir (25) e Sadik (31).

Qualche informazione maggiore arriva però da un’autorevole fonte macedone, a condizione di restare anonima. La fonte ha svelato che i cinque non sarebbero membri della folta comunità albanese e musulmana del Paese, ma macedoni etnici, di religione islamica e non ortodossa. Dei “Torbeshi”, originari del paesino di Oktisi, nella zona di Struga. Proprio da lì i cinque hanno lasciato la Macedonia per l’Italia anni fa, per lavorare nell’edilizia.

Emigranti poi convertiti alla jihad? A Skopje si dubita molto. I cinque avrebbero in realtà avuto contatti con un non meglio precisato villaggio bosniaco, uno dei tanti dove i radicali islamici la farebbero da padrone. E uno di loro avrebbe visionato e diffuso video pro-Is. Ma, rivela la fonte macedone al Piccolo, l’immediato rilascio sarebbe stato un passo dovuto, perché le autorità italiane non avrebbero fornito sufficienti prove per collegarli all’Is. E le autorità macedoni, dopo il colloquio informativo, non avrebbero rilevato elementi di pericolosità o tracce di radicalismo. Da qui la decisione di rilasciarli. E quella di “monitorarli”, per evitare rischi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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