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In Fvg un alunno su cinque ha difficoltà in classe

Dai casi di dislessia alle disabilità cognitive fino ai bisogni educativi speciali. Ventimila studenti in tutta la regione alle prese con disturbi di apprendimento

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Bambini a scuola in una foto di repertorio 

TRIESTE. Nel corso dei primi anni di scuola, un bambino del Friuli Venezia Giulia ogni cinque va incontro a difficoltà di apprendimento scolastico di vario genere. La percentuale del 20% è data per assodata dagli studi più aggiornati in materia ed è accreditata anche dal reparto di neuropsichiatria del Burlo: su base regionale vale circa 20mila studenti.

La platea si compone di tre gruppi: circa tremila allievi soffrono di gravi disabilità cognitive e altrettanti sono i ragazzi con cosiddetto disturbo di apprendimento specifico, interessati cioè da difficoltà neuropsicologiche che minano la capacità di acquisire abilità quali lettura, scrittura e calcolo, rispettivamente dislessia, disgrafia e discalculia. La “novità” sta nella parte restante e preponderante dell'insieme, che rientra nella categoria del «bisogno educativo speciale». La nozione è stata introdotta per legge da poco più di un decennio, nella consapevolezza che l'area dello svantaggio scolastico non riguarda solo la presenza di deficit specifici: in ogni classe elementare e media si trovano infatti alunni con Bes, dovuti a svantaggi socioculturali, disabilità fisica, problemi psicologici o emotivi, deficit di attenzione, non conoscenza dell'italiano.

 

 

È dunque ormai venuta meno la semplificante dicotomia fra studenti disabili e non disabili, applicata per decenni nelle scuole. Da qui la riconosciuta necessità di mettere in campo piani didattici personalizzati, che si adattino alla situazione dell'allievo con Bes e lo aiutino a colmare il gap. Il primo passo è il «potenziamento scolastico», con cui gli insegnanti elaborano forme di intervento individuale di durata semestrale. Non sono pochi a uscire dal Bes dopo questa fase, mentre altri hanno bisogno di un iter più lungo e altri ancora vengono avviati al percorso diagnostico che potrà certificare l'eventuale presenza di un Dsa, che a sua volta richiede un intervento educativo specifico per ragazzi che sono comunque dotati di quoziente intellettivo assolutamente normale. Un Bes non è legato invece ad alcuna diagnosi medica, ma alla sola valutazione da parte della scuola rispetto alla necessità di un periodo più o meno lungo di didattica mirata.

Dalla teoria alla pratica le cose si complicano. A cominciare dal fatto che due casi di Dsa su tre restano non diagnosticati, con l'effetto di generare nell'allievo ignaro del proprio disturbo difficoltà sempre più gravose d'apprendimento, senso di forte inadeguatezza e rischio di abbandono scolastico.

 

 

La parte più anziana della classe docente non è inoltre sempre preparata a riconoscere i Dsa e a provvedere ai percorsi personalizzati per questi e per gli alunni con Bes, che richiedono l'utilizzo di nuove tecnologie, una gestione flessibile della didattica e la fine di pregiudizi che portano ancora a concepire l'alunno in difficoltà come semplicemente svogliato. Il direttore dell'Ufficio scolastico regionale, Piero Biasiol, spiega che «gli insegnanti non specializzati sono il 20%, ma fra pochi anni tutti i docenti di ruolo saranno formati». Questione di ricambio generazionale.

La didattica personalizzata per Bes e Dsa non ha nulla a che vedere con l'insegnamento di sostegno, che spetta invece ai portatori di deficit cognitivi certificati secondo la legge 104. Nel corso dell’anno scolastico 2015/2016, i casi in Fvg sono stati 3.223, seguiti da 1.654 insegnanti, con un rapporto di uno a due. Se i dati delle scuole pubbliche sono certi, mancano informazioni esaustive sugli istituti paritari privati, dove l'Ufficio scolastico non può attuare controlli e i cui 150 casi di disabilità dichiarata sono considerati un numero troppo basso.

L'Ufficio scolastico non ritiene esistano carenze numeriche nell'organico di sostegno, sebbene i sindacati parlino di un monte ore inadeguato. Per Biasiol il problema sta piuttosto «nella difformità con cui le singole commissioni provinciali valutano la gravità dei casi, con notevoli divari fra territori».

Un problema ulteriore è quello dei ritardi delle certificazioni, che avvengono spesso ad anno scolastico iniziato, anche a causa della resistenza delle famiglie riluttanti a veder attribuita al figlio una condizione di handicap. Tali slittamenti non permettono di dosare le classi per tempo, secondo una normativa che prevede che in una sezione di 25 alunni non possano esserci più di due allievi bisognosi di sostegno. Ciò non sarebbe peraltro nemmeno sempre possibile: Biasiol ammette che «non possiamo contare su risorse illimitate».

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