«Aleks vittima di un omicidio»: la famiglia accusa il camping

A sinistra, Aleks Unussich e - a destra - la spiaggia del campeggio Mon Perin di Valle

Il fratello contro il Mon Perin di Valle: «Sapevano che le porte erano a rischio. Faremo causa»

VALLE. «È stato un omicidio. Quelli del campeggio sapevano benissimo che quelle porte erano a rischio». Urla di rabbia Igor Unussich, il fratello di Aleks, il triestino di 44 anni ucciso mercoledì sera dall’incredibile esplosione della porta a vetri del padiglione delle docce del camping Mon Perin di Valle d’Istria.

«O-mi-ci-dio», scandisce Igor, ripetendo più volte la parola che ha trasformato in tragedia quella che avrebbe dovuto essere una vacanza serena. Poi il fratello annuncia: «Faremo causa, non c’è dubbio. Questa vicenda non può chiudersi così, senza un perché, senza una responsabilità, senza una spiegazione».

La sensazione che emerge prepotente, quella che la famiglia teme, è che questa brutta storia rischi di finire nel dimenticatoio. Archiviata semplicemente come un incidente da dimenticare al più presto. Il paradosso evidente è che il padiglione teatro della morte di Aleks Unussich di fatto non è mai stato sequestrato. Le strisce di nylon per delimitare l’area sono state messe e tolte nel giro di poche ore. Il tempo necessario alla polizia di Pola per effettuare i rilievi di legge.

Ma quando le operazioni degli investigatori, l’altra mattina, sono terminate, dalla direzione del campeggio è stato dato il via libera agli ospiti. Che incredibilmente hanno superato la soglia dove c’era ancora una porta a vetri esattamente uguale a quella esplosa. La porta “gemella” di quella crollata non solo non è stata sequestrata o messa in sicurezza ma, con qualche striscia di scotch, è stata lasciata semplicemente aperta. Solo nel pomeriggio di ieri, con grande ritardo, è apparso un cartello che invitava gli ospiti a non «toccare le vetrate» spiegando che era in atto la loro rimozione.

C’è dell’altro. Quando alla sera di mercoledì è scattato l’allarme per Aleks Unussich, colpito alla carotide da una scheggia di vetro lunga come un pugnale che lui stesso con uno sforzo non indifferente si è tolto, sono arrivati anche i responsabili della struttura.

«Sono venuti qui - racconta Igor Unussich - per comunicarmi che il trasporto della salma dalla Croazia a Trieste lo avrebbero pagato loro». Non hanno parlato di eventuali responsabilità. Ma semplicemente di «sfortuna». Come se passare vicino a una porta a vetri fosse per un ospite del campeggio un evento sfortunato.

Aggiunge ancora il fratello della vittima: «Non sono neanche venuti a domandarci (vicino al cadavere di Aleks c’erano lui, anche la moglie Tanja e la piccola Sara, ndr) se ci servisse un bicchier d’acqua. Hanno detto che avrebbero pagato il trasporto e poi se ne sono andati, tutto qui».

Tuona di rabbia anche la sorella di Aleks che si chiama Tanja come la cognata ora rimasta vedova e che vive a Trieste: «Voglio giustizia». Aggiunge: «La voglio non per me ma per una bambina di due anni che ha visto il papà morire e che non lo rivedrà più». Poi incalza: «È vergognoso come si stanno comportando». E ripete: «È vergognoso».

Aggiunge: «Quando la polizia se n’è andata, in quell’area davanti al padiglione dove è esplosa la porta sono tornati a giocare i bambini e i ragazzi, come se nulla fosse accaduto». Aggiunge: «Non ho notizie delle indagini. Spero che facciano chiarezza e che definiscano le responsabilità di chi ha sbagliato. Ma quello che ho visto (l’altro pomeriggio è andata a Valle, ndr) mi lascia pensare che vogliano chiudere al più presto questa faccenda. Per esempio gli altri padiglioni che hanno sempre le porte a vetri sono stati lasciati liberi. La gente supera tranquillamente quelle porte. Le stesse che hanno ucciso mio fratello».

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