Biden in Serbia: più dialogo sul Kosovo

Il viceopresidente Usa Joe Biden con il premier serbo Alexandar Vucic

Colloqui con Vu›i„: «Siete un pilastro di pace nei Balcani». Condoglianze per le vittime dei bombardamenti Nato nel 1999

BELGRADO. La Serbia come pilastro per la pace, la stabilità e lo sviluppo economico dei Balcani, un Paese che ha fatto molto, ma che tanto deve ancora fare, soprattutto per normalizzare definitivamente le relazioni con il Kosovo. È così che Washington vede Belgrado attraverso le parole del vicepresidente americano, Joe Biden, atterrato ieri in una capitale serba super-blindata per incontrare il premier Aleksandar Vucic e il presidente Tomislav Nikolic, nel suo ultimo viaggio in terra balcanica. La Serbia ha fatto «progressi enormi in un periodo relativamente breve», ha sottolineato in conferenza stampa il numero due della Casa Bianca. Come nel 2009, anno del precedente tour nei Balcani di Biden, «continueremo ad accompagnare il vostro cammino, non per nobiltà» d'animo, ma perché «ciò è nell'interesse degli Stati Uniti». Stati Uniti che vogliono sostenere un futuro «membro forte della comunità euroatlantica», la Serbia, «pietra angolare» per la politica e l'economia della regione e chiave per aprire a un domani di pace e unità nell'area, ha aggiunto Biden.

 

 

Sul Kosovo, il vicepresidente Usa è stato chiaro: Serbia e Kosovo «sono decise a continuare il percorso per migliorare le loro relazioni e a continuare sulla strada di associazione con l'Ue». Biden che non si è poi sottratto alle critiche di chi, in Serbia, lo giudica un guerrafondaio, propugnatore dei bombardamenti sul Paese nel 1999. «Molte ferite» risalenti agli Anni Novanta «rimangono aperte», ha riconosciuto il vicepresidente Usa, che ha anche offerto le proprie pubbliche «condoglianze alle vittime» dei caccia dell'Alleanza atlantica. Da parte sua, Vucic si è detto sicuro che gli Usa continueranno a essere una pedina importante per la pace nella regione, anche sul fronte economico e degli investimenti. E ha poi anticipato che il suo omologo albanese, Edi Rama, sarà il mese prossimo a Belgrado. «Vogliamo lasciarci il passato alle spalle e guardare al futuro», ha detto Vucic.

Sul tavolo delle discussioni, anche se il tema non è stato toccato durante la conferenza stampa e l'agenda degli incontri non è stata resa pubblica, probabilmente anche i rapporti da sempre privilegiati tra Belgrado e Mosca. E, si mormora nei corridoi del potere della capitale serba, anche la vecchia questione dei fratelli Bytyqi, kosovari albanesi con passaporto americano arruolatisi per combattere nell'Uck e poi uccisi in Serbia nel 1999. Washington preme affinché il "cold case" sia finalmente chiarito. Mentre le discussioni bilaterali erano in corso, segnale che gli Usa in Serbia continuano a essere una presenza per molti scomoda, nel centro di Belgrado un folto gruppo di ultranazionalisti di Seselj scendeva intanto in piazza per urlare che «Biden e la Nato se ne vadano dalla Serbia» e chiedere agli americani di origine serba di «votare Donald Trump».

 

 

Posizioni relativamente minoritarie nel Paese e la Serbia deve invece rallegrarsi «che l'America sia interessata a dare una mano» nella regione, ha precisato ieri Milan Panic, ormai dimenticato primo ministro della Jugoslavia, multimiliardario serbo che fece fortuna negli Stati Uniti nell'industria farmaceutica e fu sfidante, sconfitto, alle presidenziali serbe nel 1992, contro Milosevic. Una mano che gli americani hanno sicuramente dato al Kosovo, dove Biden è atterrato in serata. Ad attendere Biden - che oggi premerà perché Pristina continui a tendere una mano verso Belgrado - nessuna protesta, solo una Pristina in festa, addobbata di bandiere a stelle e strisce.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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