Rosato: «Un sì per rendere l’Italia più moderna ed efficiente»

Ettore Rosato

Il capogruppo del Pd alla Camera: non dobbiamo perdere un’occasione enorme, ora serve l’impegno di tutti. Italicum: se si vuole migliorare e se c’è una maggioranza sufficiente discutiamone

TRIESTE. «Se falliamo, non so chi potrà assumersi in futuro la responsabilità di cambiare la Costituzione». L’Italia in bilico fra l’ultimo treno del cambiamento e la palude del sistema odierno: Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera, ripropone convinto l’aut aut con cui il Pd renziano si sta avvicinando al referendum: «Se vincesse il no l’Italia perderebbe un’enorme occasione di ammodernarsi e la politica di essere credibile».

È l’ultima spiaggia?

Lo dicono i numeri: su questa riforma abbiamo avuto 83 milioni di emendamenti e ci abbiamo messo il doppio del tempo della Costituente nel dopoguerra.

Le feste dell’Unità quest’anno sono dedicate al “sì”. La base vi ha capito?

Chiunque ha a cuore le nostre radici sa che rinunciare al bicameralismo, ridurre i parlamentari e abbattere i costi della politica sono una battaglia di sinistra.

 

 

La minoranza dem sembra avere un’altra idea. Bersani, Cuperlo e Speranza seguiranno i dieci parlamentari schierati per il “no”?

Speranza ha votato tre volte sì alla riforma quand’era anche capogruppo alla Camera: il dibattito interno è un valore, ma diventa un problema non riconoscere quanto fatto insieme. Mi auguro che il partito conservi l’unità perché l’Ulivo diceva esattamente ciò che abbiamo trasformato in riforma: gli italiani si aspettano che la politica mantenga le promesse.

Riforma costituzionale proposta dal governo e votata a maggioranza semplice da un parlamento eletto con regole giudicate incostituzionali: che ne dice?

Meglio parlare del merito che del metodo. Abbiamo ottenuto ciò che abbiamo sempre detto di volere e abbiamo provato a farlo col Pdl. Alla fine sono rimasti con noi Ncd e Ala: una maggioranza che va ben oltre il centrosinistra. Forza Italia si è sganciata dopo aver scritto con noi le riforme: ora imbroglia chiedendo di votare contro ciò che condivideva. Comunque la Corte ha sancito piena legittimità del parlamento.

Nel merito: perché il sì?

Servono istituzioni più rapide e il bicameralismo perfetto lo abbiamo solo in Italia, residuo di veti incrociati fra Dc e Pci nel dopoguerra. Ora serve l’impegno dei cittadini per un’Italia più efficiente e meno costosa.

C’è chi parla di ritorno al centralismo.

Falso. Il Senato delle Regioni non sarà un dopolavoro e il regionalismo diventerà più forte: le Regioni coi bilanci in ordine avranno più competenze e le speciali sono pienamente tutelate, anche se su quest’ultimo punto c’è stato in effetti dibattito acceso. Ma era opportuno porre fine a conflitti di competenza fra Stato e Regioni: troppi ritardi e contenziosi nelle decisioni.

Fa discutere l’effetto dell’abbinamento riforma-Italicum. Questioni separate come dice lei?

Assolutamente sì e non è vero che aumentiamo i poteri del governo: rafforziamo anzi le minoranze con lo statuto delle opposizioni, abbassiamo il quorum dei referendum abrogativi e rendiamo obbligatoria la discussione delle proposte di iniziativa popolare. Se si vuole migliorare l’Italicum e se ci sarà una maggioranza sufficiente, siamo disponibili a discuterne, ma resto dell’idea che sia una buona legge.

Autorevoli dem chiedono di farlo prima di novembre.

Sinistra italiana vuole il proporzionale, i grillini discutono solo la propria idea, FI vuole aspettare il referendum: oggi vedo che non ci sono le condizioni.

E domani? Ncd ha già annunciato di voler porre fine all’esperienza del “governo istituzionale”.

Siamo forze alternative ma l’esecutivo è solido e avrà gambe per arrivare al 2018: l’alleanza è nata per fare le riforme, il percorso non finisce a novembre.

Niente Partito della nazione però…

Esiste solo sui giornali. Per noi c’è solo il Pd: il più grande partito della sinistra europea.

E se il ballottaggio dell’Italicum aprisse praterie per l’affermazione del M5s?

Hanno dimostrato di saper vincere ma di non saper governare. Livorno, Parma, Gela, Bagheria, dove hanno vinto da tempo: non ci sono più o hanno fallito. E Roma, dove da subito prevalgono interessi e scontri interni.

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