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Macaluso: «Matteo è solo al comando ma le scissioni non servono»

«La minoranza Pd cavalca il dissenso senza un progetto vero. Non c’è un vero confronto, ci vuole una crisi virtuosa»

2 minuti di lettura
Emanuele Macaluso 

UDINE. Continua a scrivere, su Facebook. Un post dopo l’altro, una punzecchiatura al giorno a una classe politica che non gli ricorda quella dei suoi tempi. Pensieri, quelli della pagina “Em.ma” in corsivo, raccolti pure in un libro. «Mi tengo informato», racconta Emanuele Macaluso dall’Alto Adige dove, abitudine quotidiana, legge non meno di otto quotidiani ogni mattina. «Qui arriva Il Piccolo – sorride –, non l’Unità». Le manca quel giornale? «Una volta mi mancava di più», scherza anticipando la domanda sul «pensiero unico renziano».

Due anni fa, in un’intervista per il suo novantesimo compleanno, definì Renzi “una caricatura”, ma si preoccupò, un attimo dopo, di un eventuale dopo-Renzi. Cos’è cambiato da allora? Non più di tanto. Renzi ha un atout: continua a non avere alternative. Né all’interno né all’esterno del Pd.

Matteo Renzi 

La minoranza interna del partito non le sembra efficace? Non ha saputo proporre qualcosa di diverso dentro un partito che ormai tutti definiscono renziano. Cavalca una posizione di dissenso su alcuni singoli passaggi, con conseguenti emendamenti in aula, ma è assente un progetto altro rispetto a Renzi.

Ritiene che sarebbe stato opportuno, per chi non si adegua al renzismo, uscire dal Pd e fondare un nuovo soggetto politico? No, le scissioni non sono una soluzione. Si sono visti i risultati deludenti di Stefano Fassina. Pensavo invece a una battaglia interna al Pd, che puntasse a proporre qualcosa di innovativo anche sul tipo di partito.

Non può bastare un congresso? Il Pd i veri congressi non li fa. Li ha sostituiti con assemblee in cui parla Renzi, poi interviene qualche altro per mezza giornata, ma senza che cambi alcunché.

Che cosa si augura per il Pd? Non la frantumazione, non le fughe, ma una crisi virtuosa che serva a una vera democrazia, alla nascita di nuove idee, a una partecipazione alle decisioni.

Stefano Parisi (ansa)

Quello di oggi non è un partito democratico? È un partito liberistico. La minoranza può certamente esprimere le proprie opinioni, non siamo al grillismo. Ma un vero confronto non esiste. Servirebbe un centro direzionale con poche decine di persone. Perché altrimenti la politica del Pd rimarrà ciò che fa o non fa Renzi.

L’alternativa a centrodestra può emergere con Parisi? Parisi non lo si conosce ancora. Sta certo lavorando per il futuro, ma i frutti li potremo verificare più avanti.

Che ne pensa del Movimento 5 Stelle, ora all’amministrazione di città italiane di grande peso? Il grillismo non può essere un’alternativa di governo. I 5 Stelle esprimono un’opposizione radicale e, non a caso, appena si ritrovano ad amministrare mostrano evidenti difficoltà. Vivere di “no”, di contrarietà su tutto, senza linea politica e nemmeno una vita democratica di partito non insegna a governare. Renzi è forte per tutto questo insieme di situazioni. Naviga nel mare in solitaria.

Ma quanto rischia il premier con il referendum d’autunno sulla riforma costituzionale? Rischia, questo è sicuro. Ma ha una carta da giocare.

Beppe Grillo 

Quale? Modificare una pessima legge elettorale.

Può bastare? Se cambia l’Italicum, sono convinto che il referendum vedrà prevalere i “sì”. È la chiave per il via libera a una riforma che ha qualche incongruenza, ma che supera finalmente l’impasse del bicameralismo perfetto. Ho fatto per tanti anni il parlamentare, so che cosa significa il “tamburello” tra Camera e Senato.

Che cosa è rimasto della sinistra in Italia? La sinistra non ha più il ruolo che ha avuto per così tanto tempo. Dalla Resistenza alla fine della prima Repubblica e per qualche altro anno ancora.

E poi cos’è successo? E poi si è deciso per la fusione a freddo tra Ds e Margherita, sacrificando ogni collegamento ideale con il socialismo. Il risultato è stato una forza che non è riuscita ad amalgamarsi e ad avere un profilo netto, per cui la gente potesse dire con chiarezza se si trattava di un partito di centro, di centrosinistra o di sinistra. Al Pd è mancata una forte qualificazione politico-culturale. A partire da un riferimento, di sinistra, all’uguaglianza delle persone. È la sua prima debolezza.

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