Trieste, la versione di Savarese: «Mai preso un euro dalla camorra»

La pizzera Marinato sulle Rive

La difesa dell’imprenditore finito al centro dell’indagine sulle società delle pizzerie triestine. «Tutti i conti dell’attività sono già controllati»

TRIESTE. Fa i nomi di ex calciatori, amici, società, holding. Li scrive su un foglio e tira una riga con la biro. «Tutto tracciato, tutto trasparente. Dove sta il mistero?». Chissà se basterà per convincere il procuratore capo di Trieste Carlo Mastelloni e il pm Federico Frezza, che indagano su di lui e altri undici sospettati di riciclaggio, di cui sei triestini, sul giro di investimenti che starebbe dietro alla curiosa fioritura di locali in centro.

Ha una sorta di calma serafica Pietro Savarese, 47 anni, origini napoletane, marito dell’ex miss Italia Susanna Huckstep, gestore delle due pizzerie finite nel mirino degli inquirenti, il “Peperino” e il “Marinato”. La calma di chi è convinto della propria innocenza e che sa bene come dimostrarla. «Nel frattempo - sospira - sto subendo un danno di immagine enorme. Clienti che pensano che ho chiuso, gente che chiama per disdire i tavoli...capite cosa significa? Ma io sono innocente».

A Trieste tutti conoscono il “Peperino”, pizzeria di tendenza e di una certa qualità. E conoscono lui, già chiacchierato qualche anno fa per un’inchiesta di evasione fiscale da cui è uscito pulito. Stavolta si è trovato tra capo e collo il sospetto più infamante: un collegamento con la camorra. «Camorra?», scandisce. «Ci rendiamo conto?».

L’indagine è partita dalla Dda di Trieste, la Direzione distrettuale antimafia, nel 2014. È poi passata nel maggio 2015 alla Guardia di finanza e ai Carabinieri. La magistratura ha voluto vederci a fondo su eventuali rapporti, diretti o indiretti, con alcuni «soggetti» di casa in Campania. Passo dopo passo gli inquirenti hanno ricostruito le strutture societarie, identificando possibili clan di appartenenza. I verbi, naturalmente, vanno coniugati al condizionale. Tutte ipotesi, piste, dubbi. Interrogativi, per il momento.

Il fatto è che su Pietro Savarese pesano le indicazioni del pentito Pasquale Galasso riferite al padre, Candido Augusto Savarese, che vive a Napoli. Lo spunto investigativo, puntualizza l’avvocato del gestore del “Peperino”, Raffaele Corrente, nasce da un cospicuo prestito che il papà, all’epoca a capo di un’industria specializzata nella conservazione alimentare, avrebbe ricevuto negli anni Novanta da Galasso. Soldi provenienti dalla criminalità organizzata.

La Procura punta a verificare se parte di quella somma è confluita nelle disponibilità del figlio per le sue attività imprenditoriali. Riciclaggio, appunto. La magistratura, che si è avvalsa anche di intercettazioni telefoniche, ha sequestrato la documentazione contabile del gestore dei due noti locali triestini. Pietro Savarese allarga le braccia.

«Se fossi un ricco criminale - ironizza - non lavorerei dalle nove e mezza di mattina a mezzanotte ogni giorno, non pagherei un mutuo per la casa». È nel 2007 che il ristoratore inizia la sua avventura nel Nord Est. Fonda il “Peperino” in via Coroneo con altri due soci, tra cui Nicola Taglialatela, l’avvocato-imprenditore napoletano che oggi figura tra gli indagati.

«Macché riciclaggio - ripete Savarese - insieme abbiamo messo 200 mila euro in tutto, tra l’investimento per il locale e le attrezzature prese in leasing. Una somma tracciata e verificata, cosa peraltro già fatta nella precedente indagine su di me». Nel 2013 Savarese vende la sua quota a Taglialatela, che nel frattempo crea una holding, la Pikkius, che controlla una decina di locali tra Trieste, Udine, Pordenone, Verona e Milano, per altrettante società. Realtà, precisa lo stesso Savarese, finanziate da diversi soci: professionisti e sportivi, tra cui ex calciatori della Triestina.

«La Guardia di Finanza poteva andare in Camera di Commercio per controllare quali sono queste imprese, i soci e quanti soldi hanno messo - osserva il gestore del Peperino e del Marinato - ma già lo avevano fatto per l’indagine sull’evasione. Avevano guardato conti correnti e flussi bancari. Non c’è un movimento che possa far pensare a un collegamento con attività mafiose. Non c’è un centesimo, né in entrata né in uscita, che non abbia un nome».

Il ristoratore - «semplicemente l’oste», come ama definirsi - ci tiene ad allontanare anche le ombre che aleggiano su di lui dalle dichiarazioni dell’ex camorrista Galasso. «Non ho ricevuto alcun soldo né da lui e né da mio padre, che in passato è stato vittima della criminalità. Mia madre stessa lo aveva denunciato per estorsioni». Denuncia fatta all’allora procuratore Franco Roberti, oggi capo dell’Antimafia, e ciò mi rassicura».

La moglie Susanna, segue il filo del discorso. «Sa dove troviamo la forza? Nella verità - dice - e nell’amicizia di tutte le persone che ci vogliono bene».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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