Dal ritorno alle origini al successo l’epopea dei viticoltori visionari

Il giornalista Nalato racconta in un libro la storia di dieci produttori “rivoluzionari” che hanno fatto scuola

Sono i pioneri di un prodotto di nicchia nato tra il Collio e il Carso che si sta affermando nel mondo

TRIESTE. Nel calcio sarebbero stati George Best, Gigi Meroni, Paul Breitner. O Johan Cruijff. Il più grande dei rivoluzionari. Nella musica Rino Gaetano. Nell’arte Salvador Dalí. Inattesi, coraggiosi, di parte. «Visionari» riassume Mauro Nalato, il giornalista che di produttori di vini macerati ne ha individuati dieci: Josko Gravner, Damijan Podversic, Stanko Radikon, Nicolò Bensa de La Castellada, Dario Princic, Valter Mlecnik, Matej Skerlj, Benjamin Zidarich, Stefano Novello della Ronco Severo, Roberto Bacchetti di Vigne del Malina.

Li ha intervistati e li ha rinchiusi in un libretto, lui lo chiama così, una storia piccola ma tutta del Friuli Venezia Giulia, tra Collio e Carso, dove sono nati quei vini così particolari oggi alla conquista del mondo.

Stanko Radikon

Niente chimica, niente filtri, frigoriferi, irrigazione. Nei paesi anglosassoni li chiamano “orange wine”, perché hanno davvero un colore strano, non sono rossi, non sono bianchi, non i bianchi che tutti conoscono almeno, non sono spumanti, passiti, rosati, sono un’altra cosa, il prodotto di una tecnica a parte. In Italia li si conosce come «macerati» o «non filtrati» o «dorati».

Qualcuno osa «vino ambra». «Volevo piantare una bandierina prima che altri ci scippassero l’idea», dice Nalato, ieri in Regione alla presentazione del suo “Vini macerati nati in Fvg”, 56 pagine (edizioni Chiandetti) ricche di fotografie dedicate a una nicchia che si può amare o detestare, ma di cui non si può non apprezzare il cammino dell’artigiano verso la qualità.

Benjamin Zidarich

Giornalista appassionato di enogastronomia, controcorrente (ha firmato recentemente anche un instant book sul caso Sauvignon, sostenendo l’assenza di prove sul presunto “doping”), più sul campo che sulla sedia, Nalato scrive tutto fuorché un libro agiografico.

«I macerati non sono vini migliori di quelli tradizionali, sono solo diversi». Diversi - spiega a chi, al primo assaggio, si trova davanti all’uomo sulla luna - perché cambiano il modo di coltivare la vite e vinificazione. Parlare di vino “naturale” è una semplificazione.

Valter Mleknic

Il processo è lungo e complesso. Nella coltivazione si procede con metodi biologici e biodinamici, senza l’utilizzo di sostanze chimiche, con una grandissima cura e selezione dei grappoli e una vendemmia solitamente tardiva rispetto a quella “normale” e fatta rigorosamente a mano.

Nella vinificazione si torna alle origini, a 5mila anni fa: non c’è uso di lieviti selezionati e i bianchi vengono macerati (dai 15-20 giorni ad alcuni mesi, a seconda delle scelte dei singoli produttori) prima di essere affinati in botte o in anfora dai 2 ai 5 anni. Il vino viene quindi travasato in botti per la decantazione e infine imbottigliato senza essere filtrato.

Damijan Podversic

Alla ricerca di nuove strade, alcune decine di produttori (in regione quando il meteo li assiste fanno, tutti assieme, non più di 500mila bottiglie all’anno) hanno voltato le spalle all’enologia tradizionale, agli istituti agrari, alle università e soprattutto all’industria che proponeva a metà degli anni Novanta un “pacchetto” completo, con soluzioni pronte per ogni evenienza. Una filosofia globalizzante rifiutata da questi contadini del vino che hanno scelto, a proprio rischio, di tornare alle origini.

I “papà” dell’avanguardia enologica sono di Oslavia, ricostruisce Nalato. «Il gruppo leader dei pazzi visionari che hanno modificato le regole del gioco è composto da Gravner, Radikon, Princic, ma anche dallo sloveno Mlecnik».

Josko Gravner

Nella pattuglia dei pionieri c’è un solo friulano, Novello di Prepotto. I primi a imbottigliare vini macerati sono stati Radikon e Gravner. Sono già passati vent’anni. «Ma la primogenitura non è importante - sottolinea l’autore -: importante è stato lo straordinario lavoro di squadra con più attori e con regista Gravner. Un atteggiamento abbastanza raro nel mondo del vino, fatto di prime donne, e che si è purtroppo perso col tempo anche tra i protagonisti del macerato».

Non si amano, i “visionari”. Si guardano con sospetto. Umana competizione. Ma, aggiunge ancora Nalato, «anche se si è perso lo spirito di gruppo, resta il prodotto, un grande prodotto che consente a Oslavia di essere riconosciuta come un modello. Una nuova cultura del vino imitata da produttori tedeschi e francesi e, in Italia, dal Veneto alla Sicilia».

Dario Princic con la sua famiglia

Perché solo dieci? Perché questi dieci? «Ne ho contattati altri - spiega il giornalista - ma in più occasioni mi sono trovato davanti il rifiuto di parlare della loro esperienza. Gioco forza è stato necessario selezionare un gruppo».

A dargli una mano quattro esperti: Paolo Donadon dell’enoteca Giardinetto di Udine, Ivan Uanetto del ristorante da Nando di Mortegliano, Luca Nanut dell’enoteca Nanut di Trieste e Michela e Piero del Rosen Bar di Gorizia. A rafforzare il messaggio compaiono nel volume anche gli interventi di Federico Graziani, miglior sommelier d’Italia nel 1998, di Guido Lanzellotti, titolare del ristorante stellato da Altran a Ruda, di Max Plett, presidente Slow Food Fvg, e dell’assessore regionale all’Agricoltura Cristiano Shaurli.

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