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Rosato: «Il ruolo di Debora non è mai stato a rischio»

Il capogruppo difende la scelta di non azzerare i vertici dopo i flop alle comunali .«Nessuna assoluzione ma consapevolezza che le elezioni si possono pure perdere»

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Ettore Rosato (ansa)

TRIESTE. «L’avevo sempre detto». Vero, Ettore Rosato l’aveva detto e ripetuto: Debora Serracchiani non rischiava il posto di vicesegretario del Pd, non dopo le amministrative 2016, quelle in cui il partito ha vinto e perso e, secondo Renzi, lo ha fatto per vicende molto locali.

E dunque il capogruppo alla Camera non si stupisce che nella lunga relazione del segretario in direzione non si sia fatto nemmeno un riferimento a eventuali responsabilità di Serracchiani o dell’altro vice Guerini e non sia emersa alcuna ipotesi di riassetto della squadra dem di vertice.

Capogruppo Rosato, come giudica l’intervento di Renzi? Un intervento realista, che descrive la crisi che attraversa l'Europa e i problemi che abbiamo davanti. Che analizza le cause del risultato elettorale, le riforme fatte e il lavoro ancora da fare da parte di un grande partito di sinistra che conosce la fatica del riformismo.

Nessun cenno a Serracchiani, tutto previsto? L’assetto dirigenziale del partito non è mai stato in discussione. E dunque, di conseguenza, nemmeno il ruolo di Debora.

Il motivo è che le amministrative, come ha sottolineato il segretario, hanno avuto storie molto territoriali e poco nazionali? Ogni città ha la sua storia, le conosciamo anche qui in regione, e ci abbiamo sofferto. C'è stata poi la vittoria del M5S a Roma e Torino che va considerata con attenzione e rispetto. Un segnale di scollamento che dobbiamo recuperare.

Ma non è stato un po’ semplicistico archiviare tutto con “si vince e si perde”? Il segretario non ha detto solo questo. E, in ogni caso, quell’affermazione non è banale. Le elezioni si fanno e si possono pure perdere. Questa volta è accaduto anche in posti dove pensavamo di vincere. Come a Torino. Nel 2014, mentre prendevamo il 40% alle Europee, perdevano Comuni importanti.

In assenza di esplicite responsabilità evidenziate da Renzi, la classe dirigente del Pd è stata assolta? Nessuna assoluzione. C’è solo la piena consapevolezza delle dinamiche che hanno funzionato e di quelle che ci hanno visto invece in difficoltà. Ma, da qualcosa che non è andato al meglio a buttare via l’esperienza di governo del più grande partito della sinistra in Europa, ce n'è molta di strada.

Il referendum sarà una partita chiave. Renzi ha invitato a non personalizzarla. Non l’aveva fatto però in passato proprio lui? Vogliamo spiegare il valore storico della riforma costituzionale che abbiamo portato a termine dopo tanti nulla di fatto. Una riforma per il Paese, per ammodernare le sue istituzioni. Una battaglia che la sinistra, negli ultimi trent’anni, ha tra l’altro sempre inserito nei suoi programmi di governo. Ora che siamo arrivati alla fine del percorso, sintetizzare tutto nella durata o meno di una legislatura e di un governo mi pare onestamente sbagliato.

Non le sembra però, a sentire il dibattito in direzione, che il Pd continui a non trovare un dialogo tra maggioranza e minoranza? C’è indubbiamente una parte della minoranza che non accetta il principio che c’è una maggioranza, democraticamente definita, che decide. Questo, purtroppo, è irrisolvibile.

Non ritiene invece che, prima o poi, qualcuno se ne andrà? No, non ci sono uscite all’orizzonte. Noi, semplicemente, abbiamo il “difetto” di essere democratici. È insito nel nostro dna. Mentre gli altri partiti hanno risolto i contrasti con le espulsioni. O negando il confronto interno.

Esci dal “talent”, ha detto Cuperlo a Renzi. Renzi è molto più immerso nella realtà del Paese di quanto non lo sia qualche leader della minoranza.

Perché non ci sono state informazioni del segretario sul futuro dell’Italicum? Perché non è una priorità.

Nessuna modifica dunque? Abbiamo già una legge elettorale. Puntualmente in vigore.

 

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