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Renzi blinda la squadra e sfida la minoranza dem

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Matteo Renzi (ansa)

TRIESTE. Troppo locali le amministrative di giugno per dare una spiegazione univoca dei risultati. E pure, di conseguenza, per rivoluzionare la squadra. Matteo Renzi, anzi, non interviene nemmeno con un piccolo ritocco: la segreteria del Pd rimane la stessa, compresi i due vice: Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini.

La direzione nazionale del Pd era slittata causa Brexit ed è poi arrivata la strage di Dacca. Nella sala convegni del Rome Life Hotel il premier parla a lungo dei guai dell'Europa e delle tragedie del mondo prima di analizzare l'esito dei ballottaggi, ripescare il repertorio consolidato su azione e risultati del governo, affrontare gli attriti interni.

Otto punti - situazione internazionale e terrorismo, fuga dalla Ue del Regno Unito, referendum costituzionale, economia, amministrative, come cambiare il partito, il calendario e, infine, «il mio ruolo» -, novanta minuti di intervento, una partita di calcio chiusa con un video sull'ex attaccante francese Cantona che ricorda un suo passaggio, non un suo gol.

«Per come interpreto la politica io, l'importante non è il gol ma appunto il passaggio», chiosa il premier spiegando che anche il referendum di ottobre sarà «un passaggio perché l'Italia torni a crescere e possa essere più semplice ed efficace».

Quel referendum che, vincesse il sì, «aprirebbe la strada alla più bella pagina di autoriforma di una classe politica in Occidente». E invece, vincesse il no, potrebbe segnare la parola fine per il sessantatreesimo governo della Repubblica.

«Qualcuno tra voi - interroga Renzi in direzione - pensa sinceramente che, dopo che la legislatura è nata e ha fatto ciò che ha fatto, in caso di no al referendum, il presidente del Consiglio, e io penso anche il Parlamento, non ne possa prendere atto?».

Per introdurre il tema, precisare che la data della consultazione «non è nelle nostre disponibilità» e respingere l'accusa di personalizzazione («Chi lo dice faccia un banchetto, un comitato, una raccolta di firme»), il segretario del Pd si era servito di un altro video, la nota esortazione di Giorgio Napolitano alle forze politiche sull'urgenza delle riforme istituzionali.

All'epoca, ricorda Renzi ai compagni di partito, «io ero a Palazzo Vecchio e applaudivo, come tutti voi». E perciò «il referendum è cruciale non per il destino di qualcuno ma per il futuro della credibilità della classe politica». E ancora: «Chi ha paura faccia un altro mestiere, noi non abbiamo mai paura di metterci la faccia».

Una sfida sulla responsabilità che il presidente del Consiglio usa anche per le questioni di partito. Qualche velenoso cenno ai renziani “last-minute” («Finché ci sono io le correnti non torneranno a guidare il Pd»), ma anche ai «sussurri» degli aficionados stagionati.

E poi il faccia a faccia con la minoranza dem, sollecitata ad abbandonare la «strategia del conte Ugolino»: «Credo ci sia bisogno di una grande chiarezza tra noi: se volete che io lasci, non avete che da chiedere un congresso e possibilmente vincerlo, in bocca al lupo». E se qualcuno vuole invece la divisione tra l'impegno di governo e quello di segretario, «non c'è che promuovere una modifica statutaria e farla approvare».

Niente passi indietro, dunque. Nemmeno una ridefinizione del gruppo di comando, nessun nuovo ingresso in direzione, tanto meno epurazioni. Non dopo una tornata elettorale che è difficile da riassumere in un unico giudizio. «I ballottaggi si vincono e si perdono, succede anche questo», è l'approccio ironico nei confronti dei contestatori.

A seguire l'elenco delle partite perse e di quelle vinte, secondo previsione oppure no, con un altro schiaffo a chi protesta («Io ho messo la faccia quando abbiamo perso, non quando abbiamo vinto») e un solo, rapido accenno alle comunali di Trieste, «lì dove non è emerso un fattore novità, ma ha prevalso il sindaco che c'era stato in precedenza».

Più in generale «il dato del voto non è organico, né sintetizzabile», insiste Renzi ribadendo che non c'è una sola spiegazione per tutto: «Trovo superficiale raccontarlo con tanta supponenza e sfrontatezza». E poi, più esplicito: «Non si utilizzino questioni legate alle amministrative che hanno storie diverse. Se il problema per molti di voi è il partito, sappiate che il Pd non è mio, ma è di una comunità di donne e di uomini. Io sono la testimonianza che è un partito scalabile». E il tocco magico, quello delle europee 2014? «Non c'era nemmeno allora quando poco dopo perdemmo Livorno, Potenza, Padova, Perugia. Dare una lettura nazionale al voto 2016 richiede molta fantasia».

Nessuna resa dei conti, dunque, e nessun taglio di poltrona all’interno del gruppo di comando. Debora Serracchiani, resta al suo posto. «Per rafforzare rapporto con i cittadini - twitta in serata la governatrice - dobbiamo partire da noi, dall'unità e dall’orgoglio per le cose fatte. Esercitiamo il potere politico per cambiare il Paese in meglio. Che ciò riesca o meno, una cosa è certa: i nostri valori non cambieranno mai».

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