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In ventimila contro Belgrado sull’acqua

Il movimento della “Papera gialla” si mobilita contro il progetto urbanistico. Il governo: «Complotto degli Usa». E protesta anche Mosca

di Giovanni Vale
2 minuti di lettura
La marea umana che ha percorso Belgrado 

BELGRADO. «Di chi è la città?» - «É nostra!». Lanciata al megafono, la domanda dei militanti in testa al corteo precede di un attimo il grido dei 20mila manifestanti che seguono. Lo scambio di battute, ripetuto con costanza ogni pochi minuti, rimbomba tra le vie di Belgrado, man mano che la marea umana avanza dal municipio fino al Palata Srbije, l'edificio del governo oltre il fiume Sava. Contrari al progetto urbanistico di “Belgrado sull'acqua” e determinati ad ottenere l'apertura di un'inchiesta su alcune demolizioni illegali, gli organizzatori della protesta sono riusciti per la quarta volta in due mesi a paralizzare la capitale serba. Sono perlopiù giovani, che hanno risposto all'appello del movimento «Non (affon)diamo Belgrado», nato ancora due anni fa al momento della presentazione del faraonico piano di investimenti progettato ad Abu Dhabi. Secondo la stampa filo-governativa, tuttavia, e da ieri anche secondo le autorità russe, si tratta invece di agenti delle potenze occidentali - americane ed europee - il cui obiettivo è quello di colpire il governo di Aleksandar Vucic.

 

 

«Le proteste a Belgrado, organizzate attorno al simbolo di una papera gialla e alle quali i rappresentanti del Dipartimento di Stato americano ha partecipato come "osservatori", hanno le inequivocabili caratteristiche delle operazioni effettuate da forze straniere al fine di destabilizzare i Balcani». É questo infatti il commento rilasciato ieri da Sergei Zheleznyak, il vicepresidente del parlamento di Mosca e membro di spicco del partito di Putin, "Russia Unita". La papera gialla è invece il logo dell'iniziativa Ne da(vi)mo Beograd (appunto, "Non (affon)diamo Belgrado"), che dopo essere stato a lungo un movimento di nicchia ha ottenuto un sostegno di massa all'indomani dell'improvvisa demolizione di un quartiere di Belgrado. La notte del 25 aprile, mentre il paese contava ancora i voti delle elezioni legislative (vinte da Vucic), una trentina di persone entravano armate nell'area di Savamala, radendo al suolo quindici baracche su cui sorgerà ora il progetto urbanistico "Belgrado sull'acqua", dal valore di 3 miliardi di euro.

 

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) “Belgrado sull’acqua”, il sì del Parlamento]]

 

«É passato un mese da quando il Primo ministro ha dichiarato che dietro a questi fatti ci sono i vertici del comune di Belgrado, ma ancora non conosciamo i nomi dei colpevoli!», s'indigna Marko Aksentijevic, studente di Scienze politiche e tra gli organizzatori della protesta. Come lui, gli altri manifestanti che hanno sfilato lo scorso fine settimana attraverso la capitale serba chiedono ora le dimissioni del sindaco Sinisa Mali, del ministro dell'Interno Nebojsa Stefanovic e dei capi della polizia municipale e nazionale, accusati di non essere intervenuti per impedire la demolizione notturna di fine aprile.

 

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Vucic battezza a Belgrado il progetto da 3,5 miliardi]]

 

«Vogliamo che chi ha preso parte a quegli eventi si assuma la propria responsabilità politica e giuridica», prosegue Aksentijevic, che riguardo al progetto stesso di "Belgrado sull'acqua" - che intende trasformare in 30 anni il lungofiume della Sava costruendovi una torre da 160 metri e altri 1,8 milioni di metri quadri di hotel, centri commerciali e uffici. E aggiunge: «É portato avanti nella più completa opacità e contro l'interesse della popolazione».

Dopo la marcia di quasi quattro chilometri dello scorso fine settimana, il movimento annuncia dunque che le proteste continueranno ad oltranza. In quanto alle accuse di essere al soldo dell'Occidente, Non (affon)diamo Belgrado nega categoricamente. «La prima volta che ho letto di questa teoria del complotto ho fatto fatica a finire l'articolo talmente era assurdo», ricorda Marko Aksentijevic. «Si sostiene che gli ambasciatori dell'Ue e degli Usa in Serbia starebbero finanziando dei gruppi marxisti, anarchici o neo-liberali, affinché agiscano di combutta con i giornalisti e con i difensori dei diritti umani. É una cosa che non sta né in cielo né in terra e che serve solo a creare tensione», conclude Aksentijevic.

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