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Il Pd sospende Gherghetta e mette alla porta i contras

La commissione di garanzia caccia dal partito chi si è candidato in altre liste. Stop di tre mesi al presidente della Provincia. Un mese al ronchese Pisapia

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Enrico Gherghetta 

MONFALCONE Non vanta i precedenti illustri del rivale pentastellato, per carità. Ma ora possiamo dire che anche il Partito democratico di Gorizia, nel suo piccolo, espelle. A meno di venti giorni dal pasticciaccio brutto del 5 giugno, quando le urne hanno consegnato la vittoria al fotofinish di Dario Raugna - i quattro ribelli gradesi - Giorgio Marin, Elisabetta Medeot, Antonio Orlandini e Loris Sodomaco - che avevano corso alle amministrative sotto altro simbolo, nonostante la tessera dem in tasca, sono fuori. «Non risulti più iscritto»: così ha scritto il presidente Marino Visintin, che presiede la Commissione di garanzia provinciale del Pd, nella mail inviata al quartetto mercoledì. La motivazione, in estrema sintesi, è: «Mancato rispetto dello Statuto».

 

 

E non si è chiusa qui, perché nel mirino, è finito anche un nome eccellente, quello di Enrico Gherghetta. Non un tesserato qualunque dell’Isontino, ma “il” tesserato. Regista del tentativo di scalata al municipio di Medeot e della sua Grassie Gravo. Ma soprattutto presidente della Provincia, seppur ormai agli sgoccioli di mandato. Dunque una figura istituzionale di spicco tra i democratici, che si autodefinisce «iscritto alla sinistra fin dal grembo materno». Il che riassume l’ampia gavetta politica, visto che frattanto ha maturato le 59 primavere. Ebbene per Gherghetta, il cui peccato capitale è stato appunto quello di assecondare le spinte scissioniste gradesi dopo aver spinto, senza riuscire a ottenerle, le primarie, la Commissione di Garanzia provinciale ha disposto una sospensione di tre mesi. Un periodo di panchina forzata mica da ridere, peraltro a ridosso di imminenti campagne elettorali a Monfalcone e Ronchi, chiamate ai seggi a fine autunno.

 

 

Più lieve, quindi praticamente derubricata a bricconata, o comunque a poco più di una marachella, è stata ritenuta invece la comparsata di Francesco Pisapia, capogruppo dem a Ronchi dei Legionari, durante la presentazione della candidatura di Riccardo Zandomeni, all’epoca non ancora eletto sindaco di San Pier d’Isonzo e dunque diretto competitor di Franco Cristin, sostenuto ufficialmente dal Partito democratico e poi uscito con le ossa rosse dallo scontro. La Commissione, nel suo caso, ha deciso la sospensione di un mese. E considerando che normalmente da metà luglio la politica finisce in panciolle per ferie si può dire che il provvedimento, al netto della scocciatura di non poter rappresentare il Pd in aula come capogruppo per questi trenta giorni, non avrà troppe ripercussioni sulla vita pubblica di Pisapia. Vero è che, comunque, all’ultimo Consiglio ronchese, quando ancora era sul giro d’aria, Pisapia aveva ceduto la relazione a un collega.

Sospensione di tre mesi, come Gherghetta, anche per il gradese Emanuele Oriti, che non si era candidato a differenza degli altri quattro ribelli. E pertanto non è cozzato contro lo Statuto del Pd, che recita: «Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al Pd, o comunque non autorizzate dal Pd, sono esclusi e non più registrabili, per l’anno in corso e per quello successivo, all’Anagrafe degli iscritti». Insomma, fermi fino al 2018. Sempre se ci sia ancora l’intenzione. L’espulsione è appellabile, facendo ricorso alla Commissione di garanzia regionale, presieduta da Gianfranco Patuanelli. Da rilevare, infine, il caso Celledoni. Essendo iscritta nella sezione friulana e non isontina, la Commissione di garanzia di Gorizia non ha avuto titolo per prendere provvedimenti nei suoi confronti. La prerogativa, semmai, spetta a Udine, qualora lao ritenga opportuno.

Alla notizia delle sospensioni, non sono tardate reazioni da Grado: «Il circolo - così la dimissionaria segretaria Angela Giorgione - ha sempre operato in modo corretto e nel rispetto delle regole fissate dal nostro statuto. Questo procedimento disciplinare dimostra che il Pd persegue la correttezza e il rispetto delle regole all’interno della propria comunità di iscritti, a tutti i livelli». «Rimane il rammarico - conclude - per questa vicenda che alla fine non ha portato nessun risultato positivo né per il candidato ufficiale del Pd né per il candidato imposto dal presidente della provincia, attualmente sospeso dal Pd».

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