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«Un gruppo quotato con Ilva e Ferriera»

Arvedi, in audizione a Palazzo Madama, lancia l’ipotesi di una grande società nazionale con un fatturato da 7-8 miliardi

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Il cavalier Giovanni Arvedi 

TRIESTE. Quando lo stabilimento di Taranto avrà ritrovato la strada della competitività, allora si potrà pensare a una grande società, che raccolga i siti Ilva, Cremona, Trieste. Sarebbe un gruppo italiano capace di sfornare «12 milioni di tonnellate annue, in grado di fatturare tra i 7 e gli 8 miliardi, maturo per una eventuale quotazione in Borsa». E sarebbe un gruppo aperto al contributo e all’intervento di altri attori della siderurgia nazionale.

E’il messaggio lanciato ieri mattina da Giovanni Arvedi, durante un’audizione alla commissione Industria del Senato, a meno di dieci giorni dal termine ultimo per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto dell’Ilva. Una lizza nella quale gareggiano due tandem, da una parte Arvedi e - forse - i turchi di Erdemir, dall’altra Marcegaglia e i franco-indiani di ArcelorMittal.

 

 

Il nuovo laminatoio della Ferriera 

 

Davanti a una sparuta pattuglia senatoriale, replicando alle domande di tre parlamentari, l’imprenditore cremonese ha spiegato perchè gli preme comprare l’Ilva: si tratta di una strategia industriale all’insegna del consolidamento produttivo, del razionale utilizzo degli impianti, dell’ampia specializzazione. Imperniata sul buon livello di integrazione degli stabilimenti, da quelli dell’acquisenda Ilva (Taranto, Cornigliano, Novi) a quelli della maison (Cremona e Trieste). Strategia impostata su una soluzione tecnicamente “ibrida”, tra ciclo integrale e forni elettrici, che ha però bisogno di costi del gas «pari a quelli americani»: nel 2020 il gasdotto Tap sbarcherà tra Brindisi e Lecce, in Mediterraneo la materia prima non manca, per cui Arvedi è fiducioso.

Lo stesso Arvedi ha inserito il tema-Ilva all’interno di un più complesso ragionamento di politica industriale: la manifattura italiana ha bisogno di approvvigionamento siderurgico e la siderurgia italiana ha già perso troppi pezzi importanti, per potersi permettere altre defaillance.

E’però saltata l’audizione del partner turco Erdemir, che era prevista nel pomeriggio di ieri. «Noi andiamo avanti», ha replicato Arvedi a un quesito sull’eventuale disimpegno di Ankara nell’operazione-Ilva. Il grande acciaiere turco, con un giro d’affari superiore ai 3 miliardi e con un margine operativo superiore al 20%, si è riservato una risposta a brevissima scadenza. Infine Arvedi ha tenuto a precisare i buoni rapporti con Marcegaglia, per smentire le voci di presunte rivalità con il concorrente. «Ci frequentiamo e collaboriamo da trent’anni», ha tagliato corto il cavalier Arvedi.

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