Gli insulti a gay, elettori e cattolici di Sgarbi mettono alla prova il centrodestra

Roberto Dipiazza tra Matteo Salvini e Vittorio Sgarbi (Foto Bruni)

C’è chi sdrammatizza come Marini. Chi contrattacca come Giorgi. E chi si dissocia come Gabrielli. Le Acli provinciali lanciano un appello a entrambi gli schieramenti: «Questa non è satira»

TRIESTE «Ma perché ridono?». Nadia, una cittadina “qualunque”, in un post di tre parole, colpisce al cuore il problema: Vittorio Sgarbi è Vittorio Sgarbi, e i suoi sgarbi sono quotidiani, ma perché mai i suoi anfitrioni tra cui l’aspirante sindaco di tutti non si dissociano quando dà serenamente delle “teste di ca...” a 28mila e rotti triestini rei di aver votato centrosinistra? Perché mai non prendono le distanze quando inveisce contro i “culattoni”? Perché mai non si scompongono quando, seppur dopo aver preso in giro il futuro sposino Roberto Dipiazza, demolisce il matrimonio cattolico fondato a suo dire sull’adulterio? Perché ridono, appunto?

 

Trieste, Sgarbi lancia la tirata a Dipiazza. E critica ferocemente Cosolini


L’«effetto Sgarbi» non si esaurisce a tre giorni dal suo comizio sotto il gazebo della Lega nord in piazza della Borsa. Il video dei suoi dodici minuti di show, ormai virale, ha raggiunto 115mila visualizzazioni sul solo profilo Facebook di un Roberto Cosolini che magari spera in un risveglio di quei triestini che non lo amano, non l’hanno votato, ma non possono riconoscersi in quelli che «ridono». Perché, come dice l’eurodeputata Isabella De Monte, «Trieste merita di più».

 

 

Di sicuro, nonostante la parola d’ordine sia minimizzare e contrattaccare «una sinistra alla canna del gas se decide di attaccarsi a Sgarbi», qualche imbarazzo e qualche distinguo nella grande casa del centrodestra c’è. E non solo nelle fila dei moderati o dei cattolici.

«Sgarbi non era un ospite nostro. L’ha invitato Piero Colavitti» premette Massimiliano Fedriga, capogruppo del Carroccio a Montecitorio, che non vuole mescolare la presenza di Sgarbi con quella di Matteo Salvini. Subito dopo, però, ricorda: «Stiamo parlando di una persona che non è candidata e che non è Dipiazza. Anch’io non convido molte sue affermazioni ma non mi sorprendono conoscendolo».

Infine contrattacca: «Ho visto Debora Serracchiani paragonare i 50 morti di Orlando a quanto ha detto Sgarbi. Dovrebbe essere lei a vergognarsi e a chiedere scusa. Uno squallore assoluto. La realtà è che dopo cinque anni di Cosolini non li votano neanche i parenti». Nemmeno in casa di Fratelli d’Italia piovono applausi: «Ero nelle retrovie - spiega il coordinatore regionale Fabio Scoccimarro -. Non ho riso né pianto. Sgarbi è così. Non drammatizzerei troppo. A me non piace prendere in giro chi ha gusti sessuali diversi dai miei».

 


L’universo dei cattolici si divide. Bruno Marini, Forza Italia, minimizza: «Sgarbi non scandalizza più nessuno. Mi ricordo una sua conferenza al Revoltella sui quadri della Madonna con il vescovo Crepaldi. Gli sono scappati un due o tre “ca...”. E il vescovo non ha fatto una piega». Carlo Grilli, Lista Dipiazza, taglia corto: «Parliamo delle cose serie della città». Ma il cardiochirurgo Marco Gabrielli, il più votato della stessa Lista, assente alla performance di Sgarbi a causa di un pellegrinaggio notturno da Macerata a Loreto, si dissocia: «Le parole di Sgarbi non mi sono piaciute. La sua visione del matrimonio è completamente diversa dalla mia. Non dimentichiamoci, peraltro, che non sarà Sgarbi a sposare Dipiazza. Si sposa in chiesa, davanti a un prete, e sarà chiamato a testimone anche Dio».

Lorenzo Giorgi, Forza Italia, va invece al contrattacco: «Sgarbi è incontrollabile. E il centrosinistra che ricorre a questo è alla canna del gas. Sgarbi è folcloristico come è folcloristico chi va in giro con le bandiere con la stella rossa il Primo Maggio».

Ma le Acli, con il presidente Cristiano Cozzolino, non ci stanno. E lanciano un appello contro «questa deriva di abominio culturale» rivolgendosi tanto al centrosinistra quanto al centrodestra perché «il limite è stato oltrepassato». E perché preoccupa che tanti si ostinano a leggere come «satira» quello che «satira» non è.

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