Amianto killer in porto, 21 verso il processo

Davanti al gup gli ex vertici dello scalo tra cui i presidenti Zanetti e Tonutti. Accusa di omicidio colposo per la morte di 32 operai

Erano braccianti, pesatori, autisti e pulitori. I portuali morti - uccisi dal mesotelioma alla pleura innescato quasi certamente dall'esposizione all’amianto che arrivava in gran quantità con le navi nello scalo triestino tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta - sono stati ben 32. E quattro i malati. È stata una strage causata dall’esposizione alle fibre d’amianto sia in ragione della permeabilità dei contenitori utilizzati come sacchi di juta e carta, sia in occasione della frequente rottura degli stessi sacchi. Imputati davanti al gup Guido Patriarchi nell’udienza preliminare, disposta in conseguenza della richiesta di rinvio a giudizio, sono i vertici del porto e della compagnia dell’epoca. Tutti accusati di omicidio colposo a vario titolo e in particolare di non aver adottato le misure di prevenzione tecniche, organizzative e procedurali per eliminare o quantomeno ridurre la dispersione delle fibre di amianto in porto.

I nomi sono quelli di Michele Zanetti, presidente dal 1977 al 1990. Ma anche di Giuseppe Tonutti che lo ha preceduto al vertice dello scalo e dell’ex direttore generale Luigi Rovelli (dal 1985 al 1992). E poi dei viceconsoli Fabio Armani, dal 1986 al 1988; Claudio Brecel, 1981 al 1984; Emilio Coretti dal 1986 al 1988; Carlo Lussini dal 1979 al 1981; Franco Marsetti dal 1977 al 1979; Marcello Menegon dal 1986 al 1988; Vito Micheli dal 1971 al 1981; Edoardo Micoli dal 1975 al 1977; Giulio Seri, dal 1975 al 1984; Dusan Sossi, dal 1984 al 1986; Germano Svara dal 1984 al 1986. E dei consoli Vincenzo Marinelli dal 1986 al 1988; Elio Petric dal 1979 al 1981. E ancora dei direttori dell’ufficio del lavoro Piero Billeri, dal 1975 al 1976; Antonio Mantia, dal 1977 al 1978; Luigi Nardini, dal 1978 al 1979, Annibale Scucato dal 1973 al 1974 e Arrigo Borella, direttore generale del porto dal 1981 al 1985. In aula uno stuolo di avvocati: Guido Fabbretti, Domenico Lobuono, Raffaella Bartolucci, Davide Zignani, Claudio Giacomelli, Franco De Robbio, Giovanni Borgna, Pierumberto Starace, Raffaele Conte, Lucio Frezza, Ernesta Blasetti e Roberto Mantello.

Il fascicolo del pm Chergia è stato integrato dal voluminosissimo dossier dell’indagine epidemiologica svolta dal Dipartimento di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Azienda sanitaria diretto da Valentino Patussi. Un’indagine che si è protratta per oltre due anni e alla quale avevano lavorato tre esperti a tempo pieno circoscrivendo l’epoca dei trasporti di amianto, e ricostruendo le condizioni in cui i lavoratori si trovavano a operare, gli organigrammi della Compagnia portuale nei diversi decenni, i compiti affidati ai singoli soci e riesaminando i contenitori in cui il minerale killer era contenuto e gli spostamenti ai quali doveva essere sottoposto. Per i 36 casi in questione (il mesotelioma ha spesso un tempo d’incubazione addirittura di una quarantina d’anni) erano state riscontrate da parte dell’Azienda sanitaria numerose violazioni normative alla sicurezza sul lavoro.

A fare scattare l’indagine era stata la drammatica confessione dell'uomo forse più rappresentativo del lavoro in porto negli anni “incriminati”: Paolo Hikel “console”, come si diceva allora, della Compagnia portuale allorché questa raggiunse il suo massimo sviluppo, per la precisione nel 1977, arrivando a contare 1.818 soci e 50 dipendenti, morto pochi mesi fa. «Sono stato da poco operato di mesotelioma - aveva denunciato - e non ho dubbi sul fatto che la causa sia stata tutto l’amianto che ho maneggiato in porto, ma ho anche pochi dubbi sui motivi del decesso di 78, ripeto 78 lavoratori della Compagnia di bordo che se ne sono andati negli ultimi decenni».

Rigettata l’eccezione di indeterminazione dei capi d’imputazione il gup Patriarchi ha aggiornato l’udienza al prossimo 19 settembre.

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